http://www.carta.org/campagne/migranti/19267
Stefano Galieni Responsabile nazionale immigrazione Prc
[3 Marzo 2010]
In sessanta città, circa trecentomila persone hanno partecipato al primo marzo, una giornata senza immigrati, per chiedere diritti e dignità.
La sfida era partita da 4 donne di Milano, lontane dalle indecisioni della politica, dai suoi tempi e dai suoi linguaggi. Una proposta virtuale, quella lanciata in concomitanza con la mobilitazione migrante in Francia nell’anniversario dell’approvazione della legge “Sarkozy” in materia di immigrazione, che si è sparsa come in virus benefico sui social network. Alla rete si sono sostituiti ben presto comitati territoriali in oltre 60 città, comitati meticci sia per la provenienza geografica di chi ha contribuito a costruirli, sia per i percorsi e le appartenenze politiche. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: iniziative da Bolzano a Siracusa, scioperi veri e propri nelle realtà in cui Camere del Lavoro e Rsu sono state in grado di attivarsi – merito soprattutto di Fiom e sindacalismo di base – almeno 300 mila persone, ma il conteggio è piuttosto complesso, che durante il primo marzo hanno trovato modo di manifestare la propria necessità di mobilitarsi per un paese fondato sull’eguaglianza nella diversità.
Persone in carne e ossa che non si sono incontrate attorno ad un generico antirazzismo di ordine etico ma su piattaforme politiche rivendicative e frutto di una conoscenza diretta e circostanziata dei temi da affrontare, questioni sociali (casa, lavoro welfare) subalternità giuridica e necessità di rivedere le norme per l’accesso alla cittadinanza, estensione del diritto di voto, chiusura dei Cie, messa in discussione del legame nefasto fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, contrasto al lavoro nero, abolizione tanto del “pacchetto sicurezza” quanto della Bossi Fini, lotta alle mafie che speculano sulla condizione di clandestinità. Puro buon senso che nel contesto attuale diventano parole d’ordine radicali e incompatibili con gli scenari politici presenti. La giornata, una giornata di lotta e di festa, tinta di giallo – il colore scelto dai promotori – ma attraversata da infinite policromie, è stata ripresa dal circuito mediatico nazionale e internazionale, ha colpito nel segno e ha aperto una breccia.
Si sono incontrate e parlate, non dovunque purtroppo ma quasi, soggettività finora distanti, uomini e donne impegnati da anni nelle battaglie antirazziste, con tutta la frammentarietà, i limiti ma anche le ricchezze di cui sono portatori e chi, per la prima volta magari, trovava il coraggio di esprimere disagio e rifiuto rispetto all’imbarbarimento dei rapporti sociali, di chi considera le discriminazioni non solo come un torto fatto ad altri ma come una limitazione alla propria libertà. Generazioni diverse anche, studenti ed anziani, categorie sociali spesso separate dai tempi di vita. In molti casi, mostrando un livello di consapevolezza politica estremamente alto – ben più di quello di tanti rappresentanti istituzionali – uomini e donne migranti, coloro la cui voce di solito non è dato sentire, neanche nei convegni tanto praticati anche negli ambiti delle sinistre, in cui si discute di immigrazione senza i soggetti ma parlando di oggetti.
Una giornata che avrebbe potuto essere ancora più dirompente se non avessero pesato difficoltà comunicative, e organizzative, sospetti, prudenze e timidezze di forze sindacali e provenienti dal mondo delle associazioni. Potrebbe però essere solo la tappa di un camino che non è iniziato il primo marzo e che deve necessariamente proseguire. Un vero e proprio sciopero generale per i diritti delle donne e degli uomini migranti è difficile da organizzare, richiede impegno, lunghe discussioni, anche in quelle realtà produttive dove ha attecchito la logica che mette in contrapposizione lavoratori italiani e migranti. Però a questo punto diventa necessario, non solo come appuntamento non rinviabile ma come percorso di ricomposizione, oserei dire di “classe”, con l’accezione che questo termine può avere nel ventunesimo secolo. Un percorso che parli di parità di diritti per risalire la china insieme, che costruisca o ricostruisca legami nonostante anzi, a partire da una frammentarietà pulviscolare indotta dagli effetti della crisi. Crisi economica e di società a cui è necessario saper proporre risposte efficaci su entrambi i fronti. Ma ci vogliono maggior coraggio e determinazione, forse anche la riscoperta di un po’ di sana utopia, la voglia di ragionare attorno alla società meticcia che si va realizzando cogliendone le mille opportunità che offre e non rinchiudendosi nei recinti mentali della loro governabilità. Una proposta che garantisca sicurezza sociale eliminando la clandestinità non torchiando i “clandestini” tanto “preziosi” per l’economia informale. Da qui all’estate ci sono già tanti appuntamenti in programma: Arci, Cgil, Uil, Ugl e altre realtà stanno programmando una “primavera antirazzista”, la rete che ha dato vita alla manifestazione del 17 ottobre si incontra domenica 7 marzo a Roma (ore 10, Via De Lollis 6) in assemblea per articolare ulteriori proposte, anche i “Comitati primo marzo” decideranno come continuare la loro mobilitazione, il Comitato Immigrati celebra il 24 e il 25 aprile il proprio primo congresso nazionale. C’è fermento insomma, bisogna, battere il ferro finché è caldo, mantenere aperte le relazioni rispettando le diversità di vedute ma cercando di trovare un minimo comune denominatore su cui far fronte. E bisogna fare pressione perché lo spazio di visibilità conquistato non si richiuda da domani. Si è aperto uno spiraglio per invertire la rotta in un paese che continua a masticare e vomitare razzismo e xenofobia emerge lo spazio per una visione diversa e meno impaurita del presente, con altre idee rispetto al futuro. Saperla far crescere è sempre più responsabilità di tutti, a cominciare di chi il primo marzo ha scelto di esporsi.
Tags assegnati a questo articolo: migranti, diritti, sciopero
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