mercoledì 10 marzo 2010

Guerra fredda (1947-1953) e sue origini

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Guerra fredda (1962-1991)


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Indice [nascondi]
1 La rottura della pace dopo la seconda guerra mondiale
1.1 Premessa: relazioni Est-Ovest
1.2 Due visioni del mondo
1.3 Il collasso della pace nel dopoguerra
1.4 Contenimento e guerra fredda
2 La guerra di Corea
3 Voci correlate


La rottura della pace dopo la seconda guerra mondiale [modifica]
Premessa: relazioni Est-Ovest [modifica]
Alcuni studiosi hanno fatto risalire le origini del conflitto Est-Ovest ben prima della rivoluzione bolscevica. I teorici del sistema mondiale hanno argomentato che la Russia giunse tardi ad essere assorbita dal sistema capitalista mondiale, e solo nella sua periferia o semi-periferia al momento della rivoluzione bolscevica, lasciandola pronta per una radicale rottura con il capitalismo. Alcuni studiosi, come Samuel P. Huntington, sostengono addirittura che Est e Ovest sono civiltà fondamentalmente differenti. Tra gli studiosi di quest'ultimo campo, molti hanno sostenuto che gli Slavi Ortodossi Orientali sono eredi della tradizione Bizantina. Altri puntualizzano aspetti dell'eredità culturale slava, dell'influenza asiatica e una fondamentalmente differente cultura politica, che prende forma dal dominio degli Zar.

La rivalità imperiale tra Gran Bretagna e Russia Zarista avrebbe fatto presagire le tensioni Est-Ovest della guerra fredda. Lungo tutto il XIX secolo, incrementare l'accesso marittimo della Russia era un obiettivo fondamentale della politica estera zarista; imperdirlo era invece l'ossessione dell'Impero Britannico. Nonostante l'enorme superficie occupata dalla Russia, gran parte dei sedicimila chilometri delle sue coste erano congelati per gran parte dell'anno o controllati da altre potenze, specialmente nel mar Baltico e nel mar Nero. I britannici erano determinati fin dalla guerra di Crimea degli anni 1850 a rallentare l'espansione russa a spese dell'Impero Ottomano, il "malato d'Europa". Dopo il completamento del canale di Suez nel 1869, le speranze di afferrare una porzione della costa ottomana del mar Mediterraneo, per cui poteva minacciare le rotte strategiche, furono le più mortificanti per i britannici. La vicinanza dell'espansione territoriale dell'Impero Zarista nell'Asia centrale e verso l'India terrorizzarono anche i capi imperiali britannici dell'India meridionale, innescando una serie di avventure donchischiottesche britanniche in Afghanistan. Le paure nei confronti della Russia, comunque, diminuirono a seguito della stupefacente sconfitta russa nella guerra russo-giapponese del 1905. Alcuni storici hanno fatto notare che i britannici esagerarono la forza del relativamente arretrato Impero Russo, il quale, con il senno di poi, era probabilmente più preoccupato del commercio e della sicurezza dei suoi confini, che non di minacciare gli interessi occidentali. Alcuni storici hanno anche evidenziato il parallelo con in periodo post-seconda guerra mondiale, quando, di nuovo, l'Occidente esagerò l'espansionismo sovietico in Europa orientale, il quale, come per la crescita territoriale della Russia Imperiale, fu probabilmente motivato dalla protezione di frontiere vulnerabili.

La rivalità strategica tra Stati Uniti e Russia, entrambe vaste nazioni, risale agli anni 1890 quando, dopo un secolo di amicizia, Americani e Russi divennero rivali nello sviluppo della Manciuria. La Russia zarista, incapace di competere commercialmente, cercò di isolare e colonizzare parti dell'Asia orientale, mentre gli Americani richiedevano una competizione aperta per i mercati.

Nel 1917 la rivalità divenne intensamente ideologica. Gli Stati Uniti non stabilirono relazioni con il governo sovietico fino al 1933. Gli americani non dimenticarono mai che il governo sovietico negoziò una pace separata con la Germania durante la prima guerra mondiale, lasciando gli alleati occidentali a combattere da soli le Potenze Centrali, anche se non furono prese in considerazione le condizioni delle rispettive parti: la Russia era stata invasa ed era in ginocchio, gli alleati ancora combattevano sulle frontiere e gli americani non contribuirono in maniera determinante alle sorti della guerra. La duratura sfiducia russa trasse origine dallo sbarco di truppe statunitensi nella Russia Sovietica nel 1918, le quali furono coinvolte, direttamente o indirettamente, nell'assistenza ai "Bianchi" anti-bolscevichi durante la guerra civile russa.

L'alleanza durante la seconda guerra mondiale tra gli Anglo-Americani e l'Unione Sovietica fu un'aberrazione del normale tenore nelle relazioni USA-URSS e URSS-Regno Unito. Ed anche durante i giorni migliori dell'alleanza, le tensioni covavano sotto le ceneri. I sovietici non scordarono mai le ripetute assicurazioni da parte di Roosevelt che Stati Uniti e Regno Unito avrebbero aperto un secondo fronte sul continente europeo; ma l'invasione alleata non avvenne fino al giugno 1944, più di due anni dopo l'iniziale richiesta dei sovietici. L'Occidente rinviò l'invasione, costringendo i sovietici ad assorbire l'urto della forza tedesca. Nel frattempo, i russi soffrirono perdite tremende, oltre 20 milioni di morti tra militari e civili.

Quando la guerra finì in Europa, l'8 maggio 1945, le truppe sovietiche e occidentali (USA, Gran Bretagna e Francia) erano collocate in aree particolari, essenzialmente lungo una linea nell'Europa centrale che venne chiamata linea Oder-Neisse. A parte pochi aggiustamenti minori, questa sarebbe diventata la "cortina di ferro" della guerra fredda. Col senno di poi, Yalta significò l'accordo da ambo le parti che potevano restare lì e nessuna avrebbe usato la forza per mandar via l'altra. Questo tacito accordo si applicava anche all'Asia, come si evince dall'occupazione statunitense del Giappone e dalla divisione della Corea. Politicamente, quindi, Yalta fu un accordo sullo status quo del dopoguerra, nel quale l'egemonia dell'Unione Sovietica regnava su un terzo del mondo e quella degli Stati Uniti sugli altri due terzi.

C'erano contrasti fondamentali tra le visioni di Stati Uniti e Unione Sovietica, tra capitalismo e comunismo. E questi contrasti erano stati semplificati e raffinati nelle ideologie nazionali per rappresentare due stili di vita, ognuno dei quali era stato confermato nella sua correttezza, nel 1945, dai precedenti disastri. I modelli conflittuali di autarchia contro esportazione, pianificazione statale contro impresa, si sarebbero contesi la lealtà del mondo sviluppato e in via di sviluppo negli anni del dopoguerra. Anche così, comunque, la guerra fredda nel 1945 non era ovviamente inevitabile.

Nonostante i mezzi degli Stati Uniti per portare avanti una visione differente dell'Europa del dopoguerra, Stalin vide il riemergere di Germania e Giappone, e non degli Stati Uniti, come minaccia principale della Russia. Stalin assunse che il campo capitalista avrebbe presto ripreso la rivalità interna sulle colonie e i commerci e non avrebbe posto una minaccia alla Russia. I consiglieri economici come Eugen Varga rinforzarono questa visione, prevedendo una crisi di sovrapproduzione nelle nazioni capitaliste che sarebbe culminata per il 1947-1948 in un'altra grande depressione.

Le tendenze nelle spese federali degli Stati Uniti confermarono le aspettative di Stalin. Fino a quel momento la finanza era stata rinforzata dalle spese governative come conseguenza della depressione e della guerra. Tra il 1929 e il 1933 la disoccupazione passo dal 3% della forza lavoro al 25%, mentre la produzione dei beni manifatturieri si ridusse di un terzo. Il New Deal di Franklin Roosevelt cercò di stimolare la domanda e fornire lavoro e sollievo dall'impoverimento attraverso un aumento delle spese federali, supportate in seguito dall'economista britannico John Maynard Keynes. Nel 1929 la proporzione di tali spese era solo del 3 percento. Tra il 1933 e il 1939, le spese federali triplicarono, e i critici di Roosevelt lo accusarono di trasformare l'America in uno stato socialista. Ma i costi del New Deal impallidiscono a confronto con quelli della seconda guerra mondiale. Nel primo anno del dopoguerra (1946), le spese federali ammontavano ancora a 62 miliardi di dollari, ovvero il 30% del PIL! In breve, le spese federali erano passate dal 3% del Prodotto Interno Lordo nel 1929 a circa un terzo nel 1945. Le spese di guerra curarono finanziariamente la depressione, spingendo in giù la disoccupazione dal 14% del 1940 a meno del 2 percento nel 1943, con la forza lavoro che crebbe di dieci milioni. L'economia di guerra non fu un trionfo della libera imprenditoria, ma il risultato del finanziamento governativo degli affari.

Quale sarebbe stato il risultato della massiccia demilitarizzazione del dopoguerra? Stalin predisse sovrapproduzione e depressione. Date le tendenze nelle spese federali, le sue previsioni non erano assurde. Stalin assunse quindi che gli americani avrebbero avuto bisogno di offrirgli aiuto economico, necessitando di trovare un qualsiasi sfogo per dei massicci investimenti di capitale, allo scopo di mantenere la produzione industriale dei livelli del tempo di guerra, che portò gli USA fuori dalla Grande Depressione. Quindi, dal suo punto di vista, le possibilità di un fronte Anglo-Americano contro l'URSS sembravano esigue. Ad ogni modo, non ci fu nessuna crisi di sovrapproduzione e, come anticipato da Stalin, questa venne evitata mantenendo all'incirca gli stessi livelli nelle spese governative. Fu differente però il modo in cui questo venne ottenuto.

Ma l'intero ruolo del governo non era scolpito nella pietra ed era nuovamente in discussione. Anche se il complesso militare-industriale dell'America era nato con la seconda guerra mondiale, avrebbe potuto essere ridotto. Le pressioni per "tornare alla normalità" furono intense. Il Congresso voleva un ritorno a bilanci bassi ed equilibrati, e le famiglie chiedevano a gran voce di vedere i soldati rispediti a casa. L'amministrazione Truman si preoccupò prima di una depressione postguerra e quindi delle conseguenze inflazionistiche della domanda repressa da parte dei consumatori. La Carta dei diritti dei GI, adottata nel 1944, fu una risposta: sovvenzionando i veterani per completare la loro educazione, piuttosto che lasciarli ingolfare il mercato del lavoro e probabilmente innalzare le cifre della disoccupazione. Inoltre, il 20 luglio 1948 il Presidente Harry S. Truman istituì la prima leva militare in tempo di pace degli Stati Uniti in mezzo alle crescenti tensioni con l'Unione Sovietica.

Quindi, una conversione all'economia pre-guerra sarebbe stata estremamente difficoltosa, e alla fine non si attuò. In definitiva il governo del dopoguerra sarebbe somigliato molto al governo del tempo di guerra, con l' establishment militare e la sicurezza militare dominanti. La depressione capitalista del dopoguerra predetta da Stalin non sarebbe stata evitata dalla gestione interna, forse integrata da un maggiore ruolo nella promozione del commercio internazionale e dalle relazioni monetarie. Infatti, il Presidente Roosevelt, nel 1941, sperava che dopo la guerra il più grosso edificio del mondo, l'enorme complesso del Pentagono, nella Virginia settentrionale, sarebbe stato convertito in un gigantesco magazzino. Non fu così; il complesso militare-industriale dominò la vita del dopoguerra, il che fu ampiamente il risultato della guerra fredda.

Due visioni del mondo [modifica]
L'emblema dell'URSSGli Stati Uniti erano determinati a dare forma al mondo del dopoguerra, aprendo i mercati mondiali al commercio capitalista - un' Europa capitalista ricostruita che poteva di nuovo servire come fulcro degli affari mondiali- e creando una nuova organizzazione internazionale, le Nazioni Unite che non avrebbe dovuto ripetere gli errori della Società delle Nazioni. Nel progetto di Roosevelt le quattro potenze che avevano vinto la guerra (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Cina) avrebbero gestito l'ordine mondiale insieme, godendo del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ai quattro paesi, per volontà della Gran Bretagna, si sarebbe aggiunta la Francia. Nella Carta Atlantica che Roosevelt e Winston Churchill avevano firmato durante la guerra si riconosceva il diritto dei popoli a scegliere il proprio governo, in sintonia con i quattordici punti di Wilson. Questi ideali si scontravano però con l'ambizione delle potenze europee che desideravano mantenere i loro imperi coloniali (lo stesso Churchill era da sempre un ardente fautore dell'imperialismo britannico) e la politica di Stalin che avrebbe trasformato i territori occupati dall'Armata rossa in Stati-satelliti a cui veniva imposto il modello sociale e politico dell'Unione sovietica. Anche gli Stati Uniti avrebbero di fatto abbandonato l'ideale dell'autodeterminazione con il prevalere negli anni della guerra fredda di un'ideologia anticomunista che divideva schematicamente la realtà in due campi contrapposti e riteneva la democrazia liberale americana l'unico modello valido per tutti i paesi. Franklin Roosevelt non aveva mai dimenticato l'eccitazione con cui aveva accolto i principi dell'idealismo Wilsoniano durante la prima guerra mondiale, e vide la sua missione negli anni '40 come quella di portare al mondo una pace duratura e una genuina democrazia. Secondo la sua visione, era importante non ripetere le misure punitive del trattato di Versailles che avevano prodotto privazioni e risentimento in Germania tra le due guerre.

Ma la sua visione era parimenti una visione di interesse nazionale. La seconda guerra mondiale risultò in una enorme distruzione dell'infrastruttura e della popolazione in tutta l'Eurasia, dall'Atlantico al Pacifico, dove quasi nessuna nazione rimase indenne. L'unica grande potenza industriale del mondo ad emergere intatta — ed addirittura grandemente rafforzata da una prospettiva economica — furono gli Stati Uniti, che si mossero rapidamente per consolidare la loro posizione. Come principale potenza industriale, e una delle poche nazioni non sconvolte dalla guerra, gli Stati Uniti finirono col guadagnare più di ogni altro dall'apertura del mondo intero al commercio senza restrizioni. Gli Stati Uniti ebbero un mercato globale per le loro esportazioni, ed ebbero accesso illimitato alle materie prime fondamentali. Determinato ad evitare un'altra catastrofe economica come quella degli anni '30, Roosevelt vide la creazione dell'ordine postguerra come un modo per assicurare la prosperità degli USA.

La morte di Roosevelt segnò di fatto la fine dei suoi progetti, che già erano messi in pericolo da fattori internazionali come l'atteggiamento di Stalin e la guerra civile in Cina. Il primo atto della nuova amministrazione Truman fu infatti uno dei più spietati atti di guerra della storia dell'umanità, il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Truman perseguì una politica di potenza, resa possibile dal fatto che il paese produceva la metà dei beni industriali mondiali e una forza militare che aveva il monopolio della bomba atomica. Intanto la rottura dell'alleanza continuava a procedere. La frattura si inasprì quando l'Unione Sovietica si rifiutò di partecipare alle nuove istituzioni economiche internazionali create su proposta di John Maynard Keynes, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, a causa della loro ideologia capitalista e promotrice del commercio mondiale.

Il collasso della pace nel dopoguerra [modifica]
I mezzi impiegati dagli Stati Uniti per promuovere una differente visione del mondo postguerra erano in conflitto con gli interessi sovietici che motivavano la loro determinazione a dar forma all'Europa del dopoguerra. L'Unione Sovietica aveva, fin dal 1924, posto un'alta priorità nella sua sicurezza e sullo sviluppo socialista, piuttosto che sulla visione di Leon Trotsky di una rivoluzione mondiale. Di conseguenza, Stalin era stato disposto, prima della guerra, a contattare i governi non-comunisti che riconoscevano il controllo sovietico dell'ex Impero Zarista e ad offrire assicurazioni di non-aggressione. Il tradimento tedesco della promessa di non aggressione convinse Stalin che non poteva più fare affidamento sui governi non-comunisti.

Dopo la guerra, Stalin cercò di assicurare i confini occidentali dell'Unione Sovietica installando dei regimi sottomessi, dominati dai comunisti, nelle nazioni confinanti come Polonia, Romania, e Bulgaria. L'obiettivo dichiarato di Stalin considerava essenziale distruggere la capacità tedesca di dichiarare un'altra guerra. Nei fatti però la sua era la continuazione di una politica imperialista russa che aveva le sue radici nell'epoca zarista a cui il dittatore aveva dato una nuova legittimazione con la propria visione nazionalista del comunismo. Gli obbiettivi statunitensi erano apparentemente opposti, in quanto richiedevano una Germania forte e democratica al centro dell'Europa. Winston Churchill, da lungo tempo un viscerale anti-comunista, condannò Stalin per aver bordato il nuovo impero russo con una "cortina di ferro". La disputa sulla Germania si intensificò dopo il rifiuto da parte di Truman di dare le fabbriche della Germania occidentale all'Unione Sovietica come riparazione di guerra; Stalin rispose separando il settore Sovietico della Germania e formandovi uno stato comunista.

La storica mancanza russa di un accesso marittimo diretto, disponibile tutto l'anno, era una preoccupazione della politica estera russa da molto prima della rivoluzione Bolscevica, ed era un altro punto dove gli interessi sovietici divergevano da quelli occidentali. Stalin fece pressione sui turchi per un maggiore accesso al mar Nero attraverso lo stretto dei Dardanelli, che avrebbe permesso ai sovietici il passaggio verso il mar Mediterraneo. Churchill aveva in precedenza riconosciuto le pretese sovietiche, ma ora britannici ed americani costrinsero l'Unione Sovietica a desistere.

Ci furono altri segni di cautela da parte di Stalin. L'Unione Sovietica si ritirò dall'Iran settentrionale, su ordine Anglo-Americano; Stalin osservò il suo accordo del 1944 con Churchill e non aiutò i comunisti nella loro lotta contro il debole e autoritario governo greco che era appoggiato dai britannici; in Finlandia accettò un amichevole governo non-comunista; e le truppe russe vennero ritirate dalla Cecoslovacchia entro la fine del 1945.

Contenimento e guerra fredda [modifica]
Il periodo immediatamente successivo al 1945 può essere stato il punto più alto nella popolarità dell'ideologia comunista. I partiti comunisti ottennero importanti risultati nelle elezioni libere di nazioni come Belgio, Francia, Italia, Cecoslovacchia, e Finlandia e conquistarono un significativo supporto popolare in Asia — Vietnam, India, e Giappone — e in tutta l'America Latina. In aggiunta ottennero largo supporto in Cina, Grecia, e Iran, dove le elezioni libere rimasero assenti o limitate, ma dove i partiti comunisti godettero di un fascino diffuso.

Gran Bretagna e Stati Uniti erano preoccupati che una vittoria politica dei comunisti in una di queste nazioni potesse portare a un assorbimento sovietico simile a quelli dell'Europa orientale. Mentre l'Unione Sovietica acconsentì agli sforzi Anglo-Americani per impedire l'accesso sovietico al Mediterraneo (obbiettivo primario della politica estera britannica fin dalla guerra di Crimea degli anni 1850), gli americani riscaldavano la loro campagna anti-comunista.

Queste paure vennero messe alla prova per la prima volta in Grecia, dove il governo del dopoguerra non era stato in grado di ricostruire un'economia pesantemente sabotata o ripristinare un ordine civile. La Gran Bretagna, determinata a negare l'accesso sovietico al Mediterraneo, fornì assistenza finanziaria al governo greco. Gli Stati Uniti fecero la stessa cosa dopo che venne formulata la Dottrina Truman, nel 1947.

Dopo che tale dottrina venne espressa davanti al Congresso, gli Stati Uniti sostennero una massiccia offensiva ideologica anti-comunista. In retrospettiva, questa iniziativa appare largamente di successo: Washington brandì il suo ruolo come guida del "mondo libero" in maniera altrettanto efficace di quella con cui l'Unione Sovietica brandiva la sua posizione di guida del campo "progressista" e "anti-imperialista": in anni più recenti la necessità di promuovere la democrazia e il rispetto dei diritti umani sarebbe stata utilizzata in modo strumentale dagli Stati Uniti per imporre la loro volontà ad altre nazioni e condurre una politica di imperialismo mascherato.

La Grecia aveva un governo autocratico, ma nella visione di Winston Churchill, che fu fatta propria dagli americani, apparteneva comunque al campo occidentale e doveva essere sostenuta per proteggere il mondo dal totalitarismo sovietico. Ciò venne esposto nel discorso sulla Dottrina Truman del marzo 1947, nel quale si argomentava come gli Stati Uniti avrebbero dovuto spendere 400 milioni di dollari negli sforzi per "contenere" il comunismo.

Un altro caso, le elezioni italiane del 1948, fornì un precedente per la propaganda statunitense e l'intervento finanziario nelle politiche estere per prevenire i guadagni dei gruppi filo-comunisti. La politica estera americana venne guidata dalle argomentazioni del Segretario di Stato George F. Kennan, secondo cui l'Unione Sovietica doveva essere "contenuta" usando "una forza di contrapposizione inalterabile in ogni punto", fino all'avverarsi del crollo del potere sovietico: la strategia, già esposta nel lungo telegramma inviato da Kennan da Mosca nel 1946 e riproposta in Foreign Affairs nel 1947, prevedeva che ad ogni atto teso a destabilizzare l'ordine mondiale sarebbe stato opposto un atto uguale e contrario..

Dopo aver posto queste preoccupazioni dinnanzi all'opinione pubblica, gli Stati Uniti lanciarono un massiccio sforzo di ricostruzione economica, prima in Europa occidentale e quindi in Giappone (così come in Corea del Sud e a Taiwan). Il piano Marshall iniziò a pompare 12 miliardi di dollari nell'Europa occidentale. Il programma venne presentato come uno scambio finanziario; ricostruendo rapidamente queste nazioni, gli USA potevano porre fine alla loro dipendenza dagli aiuti e ripristinarli come partner commerciali. La Germania, la nazione più industrializzata e ricca di risorse dell'Europa, era di particolare importanza in questo sforzo. Inoltre, la ricostruzione economica aiutò a creare un'obbligazione clientelistica da parte delle nazioni che ricevevano l'aiuto statunitense; questo senso di impegno dovuto, incoraggiò la volontà a entrare in alleanza militare e, cosa ancor più importante, in alleanza politica.

Stalin, temendo una Germania rivitalizzata dal piano Marshall, rispose bloccando l'accesso a Berlino, che si trovava in profondita all'interno della zona sovietica anche se era assoggettata al controllo delle quattro potenze, sperando di ottenere concessioni in cambio della fine del blocco. Il confronto militare incombeva mentre Truman si imbarcò in un impressionante mossa che aveva anche lo scopo di umiliare l'Unione Sovietica sul piano internazionale: trasportare in volo i rifornimenti durante il Blocco di Berlino del 1948-1949.

Gli Stati Uniti unirono a sé altre undici nazioni nella NATO, la prima alleanza che vincolava gli Stati Uniti all'Europa. Stalin rispose a queste mosse provocatorie integrando le economie dell'Europa orientale nella sua versione del piano Marshall, facendo esplodere il primo ordigno atomico sovietico nel 1949, firmando un accordo con la Cina comunista nel febbraio 1950, e formando il patto di Varsavia, la controparte dell'Europa orientale della NATO.

Confrontati con il crescente successo sovietico nel rispondere alle azioni provocatorie occidentali, gli ufficiali statunitensi si spinsero rapidamente ad escalare ed espandere il "contenimento". Nell'NSC-68, un documento segreto del 1950, proposero il rafforzamento del loro sistema di alleanze, la quadruplicazione delle spese per la difesa, e l'imbarco in un'elaborata campagna di propaganda per convicere gli americani a combattere una costosa guerra fredda. Truman ordinò lo sviluppo della bomba all'idrogeno; all'inizio del 1950, gli USA si imbarcarono nel sorreggere il colonialismo nell'Indocina Francese, di fronte ad una crescente e popolare resistenza, guidata dai comunisti; e gli Stati Uniti si imbarcarono in una clamorosa violazione dei trattati del tempo di guerra, pianificando la costituzione di un esercito della Germania Ovest.

La guerra di Corea [modifica]
Per approfondire, vedi la voce guerra di Corea.

All'inizio del 1950 arrivò il primo impegno statunitense a formare un trattato di pace con il Giappone, che avrebbe garantito agli USA delle basi militari a lungo termine. Alcuni osservatori (incluso George Kennan) ritennero che il trattato giapponese portò Stalin ad approvare un piano per invadere la Corea del Sud (appoggiata dagli USA) il 25 giugno 1950. Il paese era stato diviso arbitrariamente in una parte settentrionale, occupata dall'URSS, e una meridionale, occupata dagli USA. I partigiani comunisti che l'URSS aveva messo al potere nel nord vedevano sfavorevolmente il governo del sud, in parte composto da ex collaborazionisti dei giapponesi. Probabilmente sobillati da Stalin sferrarono un attacco per riunificare il paese. Temendo che una Corea unita e comunista potesse neutralizzare il potere statunitense in Giappone, Truman riuscì a ottenere la sanzione delle Nazioni Unite a un'azione militare per respingere i nordcoreani. I sovietici erano assenti dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU per protestare contro l'esclusione della Repubblica popolare cinese: la Cina infatti era ancora rappresentata dal governo nazionalista che non aveva più alcun potere effettivo sul territorio, se si esclude l'isola di Taiwan. Non poterono perciò esercitare il diritto di veto.

Le forze nordcoreane erano però appoggiate dalla Cina comunista che rispose con degli attacchi a ondate nel novembre 1950. I combattimenti si stabilizzarono lungo il 38° parallelo, quello che separava le due Coree. Il generale americano MacArthur propose di attaccare la Cina, una decisione che, se messa in pratica, avrebbe provocato una terza guerra mondiale e un'ecatombe di immense proporzioni. Dovette perciò essere destituito, sebbene parte dell'opinione pubblica americana, fanaticamente anticomunista, fosse dalla sua parte.

Voci correlate [modifica]
Storia dell'Unione Sovietica (1922-1953)
Storia degli Stati Uniti (1945-1964)
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Categorie: Guerra fredda | Armi nucleari

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1945-1989

LA GUERRA FREDDA



Guerra fredda: ed il mondo ebbe paura

I non allineati

La politica del terrore e .....

La politica estera dei due blocchi

La guerra di Corea

Vietnam

Il problema della Germania

Vento di cambiamenti in URSS
I protagonisti della Guerra fredda

L'ONU

Il mondo tra spie e ....

Problemi interni al blocco comunista

La crisi di Cuba

Gli uomini della coesistenza pacifica

1989 Anno drammatico

L'URSS dopo il crollo del muro di Berlino



Guerra fredda: ed il mondo ebbe paura

“La guerra fredda viene generalmente descritta come un gioco a vincita zero nel quale il punteggio di un giocatore è pari alle perdite dell’altro…Sarebbe però più realistico vedere il sistema della guerra fredda come una macabra danza di morte nella quale i governanti delle superpotenze mobilitano le proprie popolazioni per avere il consenso su misure dure e brutali rivolte contro vittime all’interno di quelle che vengono considerati i rispettivi domini, nei quali stanno progettando i loro progetti.

Appellarsi alla presunta minaccia di un potente nemico globale ha dimostrato essere un utile strumento a questo scopo…Quando gli USA si muovono per rovesciare il governo dell’Iran o del Guatemala o del Cile … lo fanno con il nobile scopo di difendere i popoli liberi dall’imminente minaccia russa .Nello stesso modo l’URSS manda i suoi carri armati a Berlino est , in Ungheria , a Praga …per il più puro dei motivi : difendere il socialismo e la libertà dalle macchinazioni dell’imperialismo americano e delle sue coorti “ .

Il 1945 anno della fine della II guerra mondiale ha segnato l’inizio di un’epoca definita l’età delle super potenze , dominata dalla presenza e dalla concorrenza di due grandi blocchi politico-economico-militari entrambi in grado di distruggere l’avversario e con esso la vita di tutto il pianeta. Fortunatamente lo scontro politico ed ideologico non degenerò mai in un conflitto militare aperto : per questo il dopo guerra viene generalmente denominato come il periodo della guerra fredda .

Gli anni della G.F. sono stati segnati da una tensione continua ,da guerre locali definite “ guerre per delega “, in quanto combattute dagli alleati degli USA e dell’URSS , e dalla corsa agli armamenti .

L’ inizio della G.F. viene fatto risalire alla conferenza di Yalta , dove “ I tre grandi “ Churchill , Roosevelt e Stalin , decisero le sorti del mondo che usciva dalla guerra . In termini brutali ,ci fu una vera e propria spartizione del mondo tra USA e URSS.



I protagonisti della guerra fredda



URSS: L’URSS uscì dalla II guerra mondiale notevolmente provata : 18 milioni di morti , molte città distrutte e tutte le sue regioni europee invase dalla Germania . Riuscì comunque ad affermarsi a livello mondiale grazie alla forza del suo grande esercito ( “ l’armata rossa “ ) , grazie alla ferrea disciplina imposta da Stalin e grazie allo sfruttamento dei territori occupati.

Fin dal 1945 , infatti , l’URSS avviò una politica di sfruttamento sistematico dei paesi occupati , volta a ricostruire e accelerare lo sviluppo del sistema industriale sovietico. Vennero quindi imposte pesantissime riparazioni agli ex alleati della Germania ( Ungheria , Romania e Bulgaria ) costretti a cedere risorse finanziarie , derrate agricole , macchinari e mezzi di locomozione. Interi complessi industriali , un tempo controllati dai tedeschi , vennero inoltre smantellati e ricostruiti su territorio russo.

Il suo potere derivò inoltre dal grande appoggio di tutti i partiti comunisti del mondo e dalle speranze di indipendenza che essa alimentava in tutti i paesi ancora soggetti al regime coloniale.

In Europa orientale , la massiccia presenza dell’armata rossa anche dopo la fine del conflitto , determinò l’imposizione russa di governi comunisti filo-sovietici ( e di conseguenza l’allontanamento forzato dei dirigenti non comunisti ) e la conseguente collettivizzazione dell’economia.

Nel 1947 così si insediarono governi filo-sovietici in Polonia , Bulgaria , Ungheria e Romania , uniti tutti alla “ madre Russia “ mediante organizzazioni politiche , COMINFORM , economiche , COMECON e militari , Patto di Varsavia.

Il Cominform era una sorta di riedizione della terza Internazionale ( che si era sciolta nel ’43 in omaggio all’alleanza antifascista ) , ed il suo scopo era quello di coordinare l’ azione di tutti i partiti comunisti europei . Fondato nel 1947 dai rappresentanti dei partiti comunisti dei paesi dell’Europa orientale , di Francia ed Italia , Il Cominform divenne lo strumento tipico della contrapposizione tra blocco comunista e blocco occidentale .IL Cominform venne però sciolto nel 1956 con l’avvio della politica di coesistenza pacifica avviata dal leader sovietico Chruscev .

Grazie al COMECON invece, l’URSS si assicurò il controllo delle economie dei paesi da lei occupati. Attraverso il “ consiglio di mutua assistenza economica “ (COMECON) infatti, l‘URSS poté scegliere i processi di produzione dei paesi satelliti in modo tale che questi risultassero complementari a quelli russi. I tassi di scambio all’interno dell’area del rublo, nonché la quantità ed i prezzi dei beni scambiati furono quindi rigidamente controllati dal potere sovietico.

La Russia così conobbe ben presto un rapido sviluppo: nei primi anni del dopoguerra, la crescita produttiva sovietica fu notevole, con incrementi medi del 10 % annuo.

Il Patto di Varsavia fu invece la risposta sovietica all’ingresso nella Nato della Germania Federale.

Esso si configurò come organizzazione militare dei paesi comunisti dell’Europa orientale e conferì alla Russia il comando di tutte le forze militari dei paesi contraenti il trattato.

Il patto di Varsavia si sciolse soltanto nel 1991 in seguito al crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale.



USA: Gli USA uscirono dalla II guerra mondiale addirittura rafforzati; essi non avevano, infatti, conosciuto né occupazione straniera né bombardamenti e la loro capacità produttiva era notevolmente aumentata dato lo sforzo fatto per rifornire di armi e di ogni altra merce i propri soldati in guerra.

Alla fine della guerra gli USA si ritrovarono con la più potente marina e aviazione militare del mondo e la sua supremazia militare era garantita dal possesso della bomba atomica.

Anche nel campo economico la supremazia degli USA era indiscutibile, con la conferenza di Breton Woods del 1944 infatti , poiché gli USA possedevano i due terzi delle riserve aurifere mondiali ed era necessaria la ricostruzione di un sistema monetario internazionale efficiente e stabile per la ripresa della crescita degli scambi internazionali , fu deciso che di tutte le monete internazionali , solo il dollaro avrebbe mantenuto la convertibilità in oro diventando così la moneta chiave del sistema. Gli scambi e i pagamenti internazionali sarebbero stati effettuati unicamente in dollari e la valuta americana sarebbe divenuta moneta di riserva in sostituzione dell’oro.

Vennero inoltre create due nuove istituzioni economiche internazionali : la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale con lo scopo di agevolare con prestiti lo sviluppo dei paesi più arretrati . Queste istituzioni , nate per essere “ super partes “ dipendono però principalmente dai finanziamenti USA e sono quindi largamente influenzati dalla politica di Washington .

Agli occhi degli americani il fallimento delle democrazie europee , la nascita dei regimi fascisti , dei vari nazionalismi e della stessa catastrofe bellica erano il frutto della mancata risoluzione dei problemi finanziari creati dalla I guerra mondiale . Solo l’ affermazione della libertà di commercio su scala mondiale e lo sviluppo della cooperazione internazionale avrebbero potuto assicurare la pace e la democrazia . Gli USA si proclamarono allora promotori di quest‘ideale e lo dimostrarono attuando il cosiddetto “ Piano Marshall “ .

Il Piano Marshall consisteva nella concessione agli stati europei di prestiti a basso interesse o a fondo perduto , nella fornitura di massicci aiuti in beni alimentari e materie prime e soprattutto nel rinnovamento tecnico delle imprese europee attraverso l’introduzione di macchinari , tecnologie e tecniche di produzione più moderne .

Il piano Marshall che all’inizio era piuttosto vago assunse ben presto dimensioni considerevoli : dal 1948 ( anno del suo inizio ) al 1957 ( anno della conclusione ) esso portò allo stanziamento di ben 13 miliardi di dollari . Esso d’altra parte permise agli USA di influenzare la condotta economico-finanziaria dei paesi assistiti e di favorire gli investimenti esteri americani .

IL piano Marshall inoltre , creando un forte legame tra USA e Europa occidentale , si poneva come forte baluardo contro le mire espansionistiche sovietiche in Europa . Fu per questo dunque che quando gli americani offrirono i loro aiuti anche a Cecoslovacchia e Polonia , fu lo stesso Stalin ad intervenire e ad imporre ai governi di Varsavia e di Praga di rifiutare l’offerta americana .

La solidarietà politica tra Usa ed Europa si riaffermò poi nel 1949 con l’alleanza politico-militare del Patto Atlantico che ebbe il suo strumento bellico nella NATO ( North Atlantic treaty Organization ) cui aderirono 12 paesi .

La Nato era una alleanza con dichiarato carattere difensivo , ma il suo sorgere confermò comunque una netta divisione dell’Europa occidentale da quella orientale. Questa divisione fu confermata nel 1955 quando i paesi del blocco comunista opposero alla NATO una loro alleanza militare , IL Patto di Varsavia , che istituiva a Mosca il comando supremo delle forze armate di tutti i paesi a lei alleati. Era dunque calata quella “ cortina di ferro “ di cui Churchill aveva parlato già nel 1946.



I “non allineati”



Non tutte le nazioni però avevano accettato di allinearsi con uno dei due blocchi e avevano preferito restare neutrali e conservare i propri orientamenti tradizionali nella politica estera e le proprie strutture e istituzioni di governo.

Tra i “ non allineati “ europei il più importante fu la Yugoslavia di Tito che nel 1948 , vista la scarsa presenza dell‘armata rossa sul suo territorio , arrivò ad una rottura definitiva con l’URSS per quanto riguardava le relazioni economiche e militari , aderendo invece al piano Marshall e intensificando gli scambi con l ‘ occidente . Si proclamò quindi repubblica federale e concesse ampie autonomie alle sue sei regioni . In questo modo dunque , La Yugoslavia si pose come cuscinetto neutrale tra Est ed Ovest .




Nel 1955 inoltre , a Bandung, ( India? ) ci fu una conferenza tra i vari paesi afro-asiatici non allineati , i quali proclamarono la volontà di essere ormai soggetti attivi e non più oggetti di azioni politiche e la possibilità di una pacifica convivenza tra sistemi politici e sociali diversi .



L’ONU



Di matrice soprattutto americana, fu anche l’ispirazione di base dell’organizzazione delle nazioni unite –ONU-, creata nella conferenza di S.Francisco in sostituzione della screditata Società delle Nazioni, con l’obbiettivo di salvare le generazioni future dal “flagello della guerra” e di impiegare “strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli”.

La struttura organizzativa venne articolata attorno a tre organismi principali: il segretariato generale, con funzioni amministrative, l’assemblea generale, col potere di adottare a maggioranza semplice risoluzioni che però non sono vincolanti ma hanno solo valore di raccomandazione ed il consiglio di sicurezza. Quest’ultimo si compone di quindici membri ed ha il potere di produrre decisioni vincolanti per gli stati ed ha il potere di adottare misure che possono arrivare anche all’intervento armato.

Dei quindici membri del consiglio di sicurezza, le cinque massime potenze vincitrici della seconda guerra mondiale sono membri permanenti con diritto di veto, mentre gli altri dieci vengono eletti a turno tra gli altri stati.

Con l’evolversi del processo di contrapposizione dei due blocchi, l’ONU restò schiacciata dallo scontro tra USA e URSS ed il suo potere venne notevolmente ridimensionato. In molte delle più spinose questioni internazionali, l’ONU venne sistematicamente scavalcata dalle decisioni delle grandi potenze.



La politica del terrore e la corsa agli armamenti



Nel 1945 il primato atomico americano finì. Fu proprio questo infatti, l’anno in cui l’URSS riuscì a costruire la sua prima bomba atomica.

LA fine del monopolio atomico americano colse di sorpresa i governi occidentali e mutò radicalmente le prospettive delle relazioni internazionali.

Improvvisamente lo scontro ideologico e politico sembrò potersi trasformare in un aperto conflitto nucleare.

Tutti gli uomini e le donne a Ovest come ad Est avevano la sensazione di una imminente catastrofe e ciò rendeva ancora più difficile i rapporti tra i due blocchi.

Le tecnologie cui si era arrivati da ambo le parti, infatti, erano tali da potersi annientare istantaneamente a vicenda.

Paradossalmente però, la consapevolezza dell’enormità del potenziale distruttivo delle armi accumulate da ambo le parti, impedì di fatto lo scoppio di un conflitto nucleare aperto. Tale fenomeno prese il nome di politica della “ deterrenza “.

Nel 1952 intanto, gli USA riconquistarono la supremazia nucleare con la costruzione della prima “ bomba H “, la bomba all’idrogeno, che aveva una potenza distruttiva mille volte superiore a quella della bomba di Hiroshima.

Pochi mesi dopo i sovietici ottennero gli stessi risultati.

Nessuno dei due paesi aveva però interesse a combattere una guerra nucleare sul proprio territorio e perciò un eventuale scontro diretto si sarebbe potuto svolgere soltanto in Europa, vista la sua posizione strategica e viste le ancora insufficienti tecnologie per il trasporto delle bombe di cui disponevano i due blocchi.

Conseguenza di questo fu il fatto che i paesi europei membri della NATO affidarono a Washington ogni decisione sulla loro difesa.

La corsa agli armamenti era ormai cominciata.

Sia USA che URSS cominciarono a investire gran parte dei loro capitali nella ricerca e nella costruzione di armi sempre più nuove e più potenti.

Gli USA ,comunque, mantennero sempre una certa superiorità tecnologica, superiorità che venne seriamente minacciata nel 1957 con la messa in orbita da parte dei sovietici dello “ Sputnik “ .

Lo Sputnik era il primo satellite artificiale in orbita attorno alla terra , ma la sua importanza, agli occhi degli occidentali, consisteva soprattutto nel fatto che ora i sovietici avrebbero potuto disporre di propulsori in grado di lanciare missili dal suolo russo direttamente sul territorio americano.

In risposta allo Sputnik gli USA lanciarono nel 1958 il loro primo satellite orbitale : l’ Explorer.

Nel 1961 seguirono all’Explorer i primi missili intercontinentali americani : gli Atlas , cui si aggiunsero poi i primi sottomarini a propulsione nucleare, non intercettabili ed in grado di restare in immersione per parecchi mesi, percorrendo migliaia di chilometri.

Dal ’45 agli anni ’90, sono state costruite più di 130 mila testate nucleari , 75 mila dagli americani, 55 mila dai russi.

Secondo una stima pubblicata nel 1995 nel “ Bullettin of the atomic scientists’ “, gli USA da soli hanno speso dal 1940 ad oggi circa 3900 miliardi di dollari per i loro programmi nucleari. L’URSS probabilmente spese una cifra confrontabile il che, insieme con le spese delle potenze nucleari “minori” ( Francia, Gran Bretagna, Cina, Israele, India e Pakistan ), porta la spesa complessiva a qualcosa nell’ordine dei 9000 miliardi di dollari ( equivalente a nove volte il PIL annuo attuale italiano ).

Un esempio significativo della distorsione economica e sociale prodotta dalla corsa agli armamenti è stata la creazione in Russia di intere città chiuse al mondo esterno e dedicate alla produzione di materiale fissile e di altri prodotti per le armi nucleari. La popolazione totale di queste città chiuse ha superato le 700 mila unità.

“ Le armi nucleari costituiscono dunque un fenomeno unico nella storia dell’umanità : mai così tante energie sono state dedicate allo sviluppo, alla produzione e all’installazione di sistemi d’arma che, per circa 50 anni sono stati solo accumulati senza mai essere utilizzati.” ( Paolo Cotta ).



Il Mondo tra spie e “ caccia alle streghe “



A est come a ovest, la propaganda politica anticomunista da una parte, dall’altra la condanna del capitalismo di cui si prevedeva il prossimo declino, assunse una posizione di grande rilievo.

In entrambi i blocchi , paure irrazionali e cecità politica sfiorarono il fanatismo.

Problemi interni al blocco occidentale :

Ad Ovest, e soprattutto negli USA , potenti interessi industriali premevano affinché le spese militari fossero incrementate.

Al nome del senatore americano McCarthy, sono legate pesanti misure repressive che portarono all’estromissione dal pubblico impiego tutti i sospetti simpatizzanti comunisti ( una vera “ caccia alle streghe “)e alla repressione delle minoranze, a partire dai neri, potenzialmente sovversive. Per alcuni anni fu addirittura vietata la proiezione dei film di Chaplin rei di tendenze filo comuniste. Tale fenomeno prese appunto il nome di “ Maccartismo “. Quasi ad emblema di quegli anni, è rimasta la condanna a morte e l’esecuzione di due innocenti, i coniugi Rosenberg, accusati di spionaggio a favore dei sovietici.

In Germania occidentale inoltre, gli alleati abbandonarono ben presto i loro programmi di denazificazione e adottarono una silenziosa politica di reintegrazione degli ex collaboratori del regime nazista in modo tale da poterne sfruttare le conoscenze contro il nuovo pericolo comunista.

Un caso eclatante fu l’accoglienza che gli americani riservarono all’ingegner Werner von Braun, l’inventore dei famigerati V2, i missili con i quali Hitler aveva bombardato Londra durante la II guerra mondiale.

Nel caso in cui inoltre, partiti comunisti o comunque filo sovietici fossero saliti al potere nei paesi del blocco occidentale, gli americani avrebbero provveduto al sabotaggio di tale governo ( mediante organizzazioni di spionaggio come la Cia ) avvalendosi anche, se necessario, dell’uso delle armi ( come accadde ad esempio a Panama ). In Germania il partito comunista venne posto fuorilegge, mentre in Gran Bretagna, Francia e Italia i partiti comunisti presero il sopravvento.



Problemi interni al blocco comunista:



Nel blocco orientale, i partiti comunisti, persino laddove erano in maggioranza, mortificarono la loro egemonia imprigionandola in forme di governo autoritarie, povere di dialettica politica, criminalizzando le manifestazioni di dissenso, dietro le quali si sospettava l’esistenza di trame destabilizzatrici “capitaliste”.

Per quasi un decennio, si sgranò un’interminabile serie di processi contro oppositori interni veri o presunti tali, non di rado le confessioni estorte a vittime innocenti furono funzionali alla lotta politica interna agli apparati politi comunisti.

Ogni tentativo di riforma fu duramente represso .

Fulgido esempio ne furono gli scontri avvenuti a Budapest nel 1956.

Le frange comuniste più democratiche, attraverso l’insurrezione popolare, riuscirono ad imporre un nuovo governo guidato da Imra Nagiy, il quale si staccò dal patto di Varsavia proclamando la neutralità dell’Ungheria.

Le truppe sovietiche presenti sul territorio furono costrette ad uscire dai confini ungheresi.

Cogliendo il pretesto dell’incapacità del Governo Nagiy di far fronte ai tentativi di controrivoluzione in atto, Kadar, Segretario del Partito, egli pure antistalinista ed inizialmente favorevole a Nagiy, costituì un uovo governo; una delle prime misure fu la richiesta di intervento delle truppe del Patto di Varsavia che soffocarono nella violenza il tentativo di liberalizzazione del socialismo ungherese.

Nel 1968 inoltre ci fu la famosa “primavera di Praga”

“Non erano la Cina di Mao né la Cuba di Castro, i modelli e i simboli che mobilitarono le masse cecoslovacche, ma il maturo convincimento che era necessario andare avanti nell’umanizzazione della società: questo era l’aneddoto bruscamente interrotto dopo il 1968; combattevano per mettere l’uomo al centro della Società e non certo interessi del capitale o del partito”.

Tutto cominciò nel gennaio del ’68 quando il nuovo segretario del Partito Comunista Dubcek cercò di rinnovare il sistema economico e politico del suo Paese. Egli si proponeva di affermare un socialismo più aperto rispetto agli altri socialismi dell’epoca. C’era voglia di giustizia, libertà e democrazia e per questo si accettò la presenza di nuovi partiti e si incentivò la libertà di stampa e di opinione.

Grazie a questo nuovo socialismo dal volto più umano la Cecoslovacchia conobbe un periodo di grande fermento intellettuale, anche se le proposte governative non vollero mari mettere in discussione la posizione del Paese all’interno del Sistema Sovietico.

L’URSS però preoccupata degli effetti contagiosi che questa nuova situazione avrebbe potuto portare negli altri Paesi del blocco, decise di inviare in Cecoslovacchia le proprie truppe.

Il 21 agosto del ’68 truppe sovietiche entrarono a Praga, arrestarono prima e isolarono politicamente poi dirigenti del Governo e gran parte degli intellettuali che lo avevano appoggiato. Reinstallarono poi un Governo comunista di stampo tradizionale.

Questa azione contribuì ulteriormente all’appannamento dell’immagine dell’URSS. Essa infatti venne duramente contestata da gran parte dei partiti comunisti del mondo.



La politica estera dei due blocchi



Il fenomeno della “deterrenza” ebbe come conseguenza lo spostamento in zone periferiche della conflittualità che esisteva tra i due blocchi.

Iniziò così, alla fine degli anni ’40 una serie interminabile di conflitti locali dietro i quali si collocavano più o meno visibilmente le due superpotenze.



La guerra di Corea



Uno dei conflitti che più fece restare il mondo col fiato sospeso fu la guerra in Corea.

La Corea era divisa, a livello del 38° parallelo, tra un nord legato geograficamente, economicamente e politicamente a URSS e Cina e un sud proiettato verso il non lontano Giappone e area fondamentale per la strategia militare americana.

Nel giugno del 1950, le forze nord coreane armate dai sovietici invasero il sud del paese.

Di fronte a quella che appariva una clamorosa conferma delle mire espansionistiche sovietiche, gli USA reagirono inviando in Corea un forte contingente militare mascherato sotto la bandiera dell’ONU.

Gli americani riuscirono a respingere i nord coreani e a oltrepassare addirittura il 38° parallelo.

A questo punto però, sentendosi minacciata, intervenne nel conflitto anche la Cina di Mao in difesa dei comunisti, inviando un massiccio corpo di “volontari”. Le forze comuniste riuscirono così a rientrare nuovamente nei territori del sud.

Le forze americane, sotto il comando del generale Mc Arthur, furono tentate di usare nuovamente la bomba atomica, ma per il timore di un conflitto mondiale nucleare non se ne fece nulla.

Nell’aprile del ’51 Truman accettò di aprire le trattative con la Corea del Nord. I negoziati si trascinarono a lungo concludendosi solo nel ’53 con il ritorno alla situazione precedente alla guerra ( confine lungo il 38° parallelo ).

Con la guerra di Corea, gli USA accrebbero la loro sensibilità verso le minacce espansionistiche sovietiche nel Pacifico e rafforzarono quindi i legami militari con i loro alleati asiatici ed europei.





La crisi di Cuba



All’inizio del 1959, un movimento rivoluzionario guidato da Fidel Castro ed Ernesto “Che” Guevara, poneva fine alla dittatura di Fulgenico Batista, sostenuta dagli americani.

Il progetto di Castro si proponeva una politica di riforme di stampo popolare ma le ostilità dimostrate dagli USA nei confronti della rivoluzione, spinsero Cuba a stringere rapporti sempre più stretti con la lontana Russia.

Il I dicembre ’61 Cuba si dichiarò repubblica democratica socialista.

La Russia diventò il principale partner economico di Cuba e tutte le imprese dell’isola vennero nazionalizzate.

All’inizio del suo incarico, il presidente americano Kennedy tentò di soffocare il regime socialista cubano sia boicottandolo economicamente ( l’embargo contro Cuba è ancora in vigore )sia appoggiando i gruppi di esuli anti-castristi che tentarono nel 1961 di sbarcare nella “baia dei porci” per raggiungere l’Avana e rovesciare il regime castrista.

L’azione però fallì miseramente soprattutto grazie al mancato appoggio del popolo agli anti-rivoluzionari.

Nella tensione così creatasi, si inserì l’Urss che non solo offrì ai cubani assistenza economica e militare, ma iniziò l’installazione sull’isola di basi per il lancio di missili nucleari. Gli USA scoprirono ciò solo nel ’62 e Kennedy ordinò subito un blocco navale attorno a Cuba per impedire che navi russe raggiungessero l’isola.

Per sei terribili giorni ( 16-21 ottobre )il mondo fu nuovamente vicino ad un conflitto atomico ma alla fine il primo ministro russo Krusciov cedette e si accordò con Kennedy per il ritiro dei missili in cambio dell’impegno americano a non invadere l’isola.



Vietnam : “una sporca guerra”



Una delle conseguenze della II guerra mondiale fu l’emancipazione dei popoli colonizzati. Gli anni fra il 1947 e il 1962, videro compiersi, spesso con violenti contrasti, la dissoluzione degli imperi coloniali di Gran Bretagna, Francia, Belgio e Olanda.

In particolare l’Indocina, dove movimento di liberazione guidato dal capo comunista Ho-Chi-Minh si oppose al ritorno della Francia dopo la fine della guerra, la lotta fu dura e sanguinosa.

Il conflitto che ne seguì si protrasse per otto anni ( ‘46-‘54 ) e alla fine la Francia dovette abbandonare le sue colonie in Asia.

L’Indocina venne smembrata tra gli stati di Laos, Cambogia e Vietnam.

Quest’ultimo venne ulteriormente diviso tra Vietnam del nord, retto da un regime comunista, e Vietnam del sud, governato da un regime dittatoriale sostenuto dagli USA.

Dopo il 1954 la situazione tra i due Vietnam si fece molto tesa.

Nel sud tra ’57 e ’59, si organizzò un movimento di guerriglia - i “Vietcong” - contro la dittatura, guerriglia che venne appoggiata dal governo comunista del nord ( e quindi anche da URSS e Cina ).

Ne nacque una sanguinosa guerra civile in breve tempo complicata dall’intervento militare degli USA nel sud del paese.

Nonostante l’impiego di ingenti forze terrestri e aeree ( specialmente durante la presidenza Jhonson ), gli americani non riuscirono a risolvere il conflitto con la forza e la lotta si trascinò per anni, fino al 1974 quando, in seguito ad una grande offensiva lanciata dai nord vietnamiti, l’intero paese cadde nelle mani dei comunisti.

Il conflitto, che alla fine si risolse dunque con la sconfitta degli americani, aveva conosciuto, durante tutto il periodo del suo svolgimento, una fortissima opposizione da parte dell’opinione pubblica sia di sinistra che di destra.

I motivi della guerra, infatti, secondo l’opinione pubblica non erano sufficienti a spiegare gli altissimi costi economici ma soprattutto umani del conflitto. Senza contare poi che essa apparve a molti come una guerra ingiusta (“una sporca guerra”) perché contraria al diritto di auto determinazione dei popoli.



Gli uomini della coesistenza pacifica



Tre uomini, soprattutto, diedero consistenza alle prospettive di coesistenza pacifica tra i regimi di tipo borghese e di tipo comunista: il sovietico Kruscev, il neo presidente americano Kennedy e Giovanni XXIII papa dal 1958.

Nel 1953 Stalin era morto e con la sua morte iniziarono a dissolversi, pur tra numerose contraddizioni, quel clima cupo, quella rigidità burocratica, quella pesantezza ideologica che avevano connotato la politica del segretario generale del PCUS ( partito comunista russo ).

Nikita Kruscev impresse una vigorosa spinta alla politica di riapertura e delle riforme.

In quegli anni il Cremlino avviò una certa decentralizzazione delle decisioni economiche, privilegiò lo sviluppo dell’industria produttrice di beni di consumo rispetto a quella pesante.

In sostanza, Kruscev volle interpretare il confronto tra i due blocchi soprattutto in chiave di competizione economica fra i due sistemi: la vittoria sarebbe andata a quella capace di assicurare al popolo il più alto grado di benessere e di giustizia sociale.

Kruscev ebbe anche il coraggio di denunciare al mondo intero, durante il XX congresso del PCUS del ’56 gli errori e i crimini commessi dal suo predecessore Stalin:” Compagni! Il culto della personalità ha causato la diffusione di principi errati nel lavoro del partito e nell’attività economica, ha portato alla violazione delle regole della democrazia interna al partito e dei soviet …,a deviazioni di ogni sorta che dissimulavano le lacune e coprivano la verità”.Grazie a Kruscev il clima culturale in URSS si fece più vivace.

John Fitzgerald Kennedy, successore di Eisenhower, fu il più giovane presidente degli USA e fu anche il primo cattolico a entrare alla Casa Bianca.

In politica interna, Kennedy avviò un forte incremento della spesa pubblica destinata in parte a programmi sociali, in parte alle esplorazioni spaziali e in parte alla reintegrazione raziale di quegli stati del sud che ancora praticavano forme di discriminazione contro i neri.

La politica estera di Kennedy fu caratterizzata da una linea ambivalente, da una parte vi fu un atteggiamento di apertura e disponibilità al confronto dialettico con l’URSS, dall’altra però rimase una ferrea intransigenza per quanto riguardava gli interessi americani nel mondo.

La questione di Cuba fu un chiaro esempio di questo nuovo clima che seppur teso si risolse col ritorno al dialogo.

Giovanni XXIII, papa dal 1958, ebbe il merito rinnovare l’atteggiamento sociale e la politica intrenazionale della chiesa e favorì, col Concilio Vaticano II, il riavvicinamento delle varie religioni che si richiamavano alla predicazione cristiana. Con l’enciclica “Pacem in terris” egli sostenne nel 1963 “l’imprescindibile necessità della pace per il cammino illuminato e costruttivo della civiltà umana”.



Il problema della Germania



Quando la II guerra mondiale finì, la Germania era ridotta da un enorme campo di macerie.

I tedeschi erano come paralizzati dall’incubo del passato e dalle insicurezze del futuro, sarebbero stati i vincitori della guerra a decidere il loro futuro.

La volontà delle potenze vincitrici era di impedire alla Germania, una volta per sempre, di diventare nuovamente una forza politica ed economica che potesse trascinare il mondo in un'altra guerra mondiale.

Il primo compromesso cui esse arrivarono perciò fu di dividere la Germania in quattro zone occupate ed amministrate da americani, russi, inglesi e francesi.

L’URSS cominciò immediatamente a ricostruire la Germania secondo i suoi piani di “riparazione”.

Gli americani invece, cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania secondo il piano Marshall, affinché questa potesse diventare l’avamposto USA contro l’Unione Sovietica.

Anche la Germania diventò quindi oggetto della guerra fredda e non ebbe né la forza né la possibilità di sottrarsi alla dominazione e alla concorrenza delle due superpotenze.

La vita quotidiana dei tedeschi era dominata dalla fame e dalla miseria, i soldi avevano perso qualsiasi valore ed i prezzi non si calcolavano più in marchi ma in sigarette americane.

Per rafforzare economicamente i territori tedeschi da loro controllati, americani, inglesi e francesi decisero di sorpresa di introdurvi una nuova moneta: il nuovo Marco.

Le potenze occidentali però non si erano accordate con l’amministrazione russa riguardo alla nuova valuta tedesca.

In risposta a ciò, i russi, nel luglio del ‘48(?), bloccarono ogni accesso alla parte occidentale di Berlino controllata dagli ex alleati.

Per dieci mesi gli occidentali organizzarono allora un ponte aereo per rifornire Berlino ovest di viveri e beni di prima necessità.

Alla fine i sovietici si arresero, ma avevano perso più di una battaglia: gli USA ora erano diventati i garanti della sicurezza mondiale mentre i sovietici cominciarono a perdere le simpatie internazionali nei loro confronti.

Il blocco di Berlino fu il colpo di grazia per chi sperava ancora nell’unità della Germania. Pochi mesi dopo la fine del blocco, furono creati due stati tedeschi: la Repubblica Federale (RFT) ad ovest e la Repubblica Democratica (DDR) ad est. La divisione era il prezzo che la Germania doveva pagare per aver scatenato la più grande guerra che l’umanità avesse mai visto.

Nel corso degli anni ’50 la Germania Ovest conobbe un fortissimo boom economico, mentre la parte orientale faceva molta fatica a riprendersi.

Per tutti gli anni ’50 quindi centinaia di migliaia di persone, specialmente giovani tecnici e laureati fuggirono dall’Est all’Ovest aumentando così le difficoltà economiche della DDR.

Nelle prime ore del 13 agosto del ’61, le unità armate della DDR interruppero tutti i collegamenti tra le due Berlino e costruirono un muro insuperabile che attraversava tutta la città.

Non solo a Berlino, ma in tutta la Germania, il confine diventò una trappola mortale. I soldati ricevettero l’ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare il confine. Negli anni a venire quest’ultimo venne attrezzato con macchinari sempre più terrificanti: mine antiuomo, filo spinato con corrente ad alta tensione ed addirittura impianti che sparavano automaticamente su tutto ciò che si muoveva attorno a loro.

La costruzione del muro, che diventò ben presto il simbolo della guerra fredda, destò grande scalpore ovunque ma le reazioni del mondo politico tedesco ed internazionale furono molto strane.

La costruzione del muro dopotutto era vista come una soluzione brutta ma tutto sommato accettabile, vista la situazione creatasi a Berlino, che negli anni precedenti era diventata sempre più instabile e pericolosa.



Quell’anno 1989 fu un anno drammatico



I cambiamenti democratici, le piccole rivoluzioni nell’ economia e nella politica in Polonia, in Ungheria e nell’URSS riempivano ogni giorno i giornali di tutta Europa, una notizia sensazionale dall’Europa dell’ est seguiva l’ altra, solo nella DDR il tempo sembrava essersi fermato. Visto che il tentativo di lasciare la DDR in direzione ovest equivaleva ancora ad un suicidio, la gente si inventò un’altra strada.

All’improvviso Praga, Varsavia e Budapest diventarono le città più amate da molta gente della DDR, ma non per la bellezza dei loro monumenti ma perchè qualcuno aveva capito che le ambasciate della Germania Federale in queste città, erano il territorio occidentale più facilmente accessibile.

Ma il colpo decisivo all’esistenza della DDR avveniva anche questa volta in un modo del tutto insolito e inaspettato.

L’ Ungheria, che era forse il paese più avanzato per quanto riguarda le riforme democratiche fece un passo che doveva portare in soli due mesi alla caduta del muro di Berlino.

Il 10 settembre aprì i suio confini con l’Austria.

Decine di migliaia di tedeschi dell’est erano già affluiti in Ungheria nei giorni precedenti in attesa di questo evento, e le immagini della gente che, ancora incredula e piangente, assisteva alla rimozione del filo spinato tra Ungheria e Austria fecvero il giro del mondo.

Il governo della DDR aveva disperatamente cercato di impedire questa dcisione, ma la prospettiva di una migliore collaborazione con l’ovest, era per gli ungheresi era più importante dellla solidarietà ideologica con la DDR.

Nell’ottobre del 1989 gli eventi nella DDR precipitarono. Sotto la pressione delle manifestazioni di massa e del flusso sempre crescente di persone che lasciavano il paese, molte amministrazioni comunali si sciolsero e furono sostituite da organi ai quali partecipavano per la prima volta anche gruppi di opposizione.

Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma molto ampia della legge sui viaggi all’estero, la gente di Berlino est la interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Migliaia di persone stavano all’est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano aspettando anche dall’altra parte del muro, all’ovest, con ansia e preoccupazione. Nell’incredibile confusione di quella notte, qualcuno ,e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, aveva dato l’ordine ai soldati di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall’est e dall’ovest, scavalcando il muro, si inconravano per la prima volta dopo quarant’anni. Il muro era caduto ma esistevano ancora due stati tedeschi, due stati con sistemi economici e politici completamente diversi. Tutta l’organizzazione della vita pubblica era diversa. Adesso la libertà tanto a lungo desiderata c’era, mancava però il benessere e la gente dell’est non voleva più aspettare: infatti, dopo la caduta del muro il flusso dall’est all’ovest non diminuì, ma anzi aumentò. Dopo le prime elezioni nel marzo 1990 la DDR aveva finalmente un governo democraticamente legittimato, ma la fiducia nel proprio stato stava scendendo a zero. Si diffondeva uno stato di quasi anarchia e l’economia stava crollando verticalmente. Nella DDR cominciò a regnare il caos. Dopo pochi mesi la riunificazione non era più una possibilità, ma una necessità, era diventata l’unico modo per fermare il degrado dell’est. Ma riunire due stati non è così facile e nel caso della Germania si doveva considerare anche il fatto che la DDR faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare e di un’alleanza con l’Unione Sovietica e che anche la Germania Federale a questo riguardo non poteva agire senza il consenso degli ex-alleati della Seconda Guerra Mondiale. Questo rendeva la riunificazione un problema non solo nazionale ma internazionale e solo dopo trattative non facili tra USA, URSS, Francia e Gran Bretagna e dopo il “sì” definitivo di Gorbaciov, la strada per la riunificazione era libera. Il 3 ottobre del 1990, i due stati non furono riuniti, ma uno dei due stati, cioè la DDR, si auto scioglieva e le regioni della DDR furono annesse in blocco alla Repubblica Federale.

Nessun politico dell’ovest può reclamare alcun merito concreto per quanto riguarda gli eventi che portarono alla riunificazione. Gli unici politici che in un certo modo hanno contribuito a iniziare o ad accelerare il processo della riunificazione della Germania erano Gorbaciov, che con la sua politica ha reso possibile tutto quello che successe, e il governo dell’Ungheria, che nell’agosto dell’89 prese la coraggiosa decisione di aprire i confini con l’Austria e con ciò diede inizio a una valanga inarrestabile che portò in pochissimo tempo alla caduta del muro di Berlino.

“Oggi, nel 1997, la Germania è ancora molto lontana dall’essere un paese veramente unito. Era divisa per 40 anni, e non è del tutto escluso che passeranno altri 40 anni prima che le ultime ferite del passato siano chiuse e dimenticate.”



“Vento di cambiamenti” in URSS



Il ventennio che va dal 1965 al 1985, in Unione Sovietica, fu un periodo di conservatorismo politico di "stagnazione", come dirà poi Michail Gorbaciov, vi era una situazione di totale immobilità. A partire da Breznev si erano tenuti orientamenti rigidamente conservatori, perchè c'era la convinzione che il sistema sovietico non fosse riformabile. La crisi dell'URSS ed il suo indebolimento sulla scena internazionale erano così evidenti che, il 12 marzo 1985, M.Gorbaciov fu nominato Segretario Generale del PCUS con il compito preciso di portare una ventata di rinnovamento al sistema. Pertanto, una volta insediatosi, sulla base di una situazione che richiedeva soluzioni immediate e radicali, decise che era necessario uno sforzo a livello nazionale: bisognava cambiare il regime di accumulo ed il metodo di controllo economico, si doveva raccogliere la sfida estera, liberare l'economia e la società dagli strascichi dello stalinismo,e del peso del sistema amministrativo istituito negli anni '30. La riforma doveva arrivare dall'alto. Il gruppo dirigente lanciò quindi tre parole d'ordine: GLASNOST (trasparenza); USKORENIE (accelerazione), appello ad un'accelerazione dello sviluppo economico; infine PERESTROJKA (ristrutturazione), che avrebbe portato alla destrutturazione ed alla trasformazione del sistema sovietico. I concetti che si nascondevano dietro le tre parole non erano nuovi; "quello che appare nuovissimo e inedito è però il tentativo di coniugare simultaneamente, per la prima volta all'interno dell'universo comunista, la perestrojka con la glasnost: ovvero il riformismo economico, che il primo dei due termini auspica e promette, con la liberalizzazione politica e civile alla quale il secondo più ambiguamente allude"(Bettiza). La rivoluzione di Gorbaciov cominciò da quella che, ancora oggi, rappresenta la maggiore acquisizione dall'epoca di Stalin, ovvero la libertà di espressione. Diventava perciò possibile avere ragione sul Partito, la cui parola cessava di essere verità assoluta. La censura centralizzata iniziò ad indebolirsi nel 1986, per ridurre il suo ruolo al controllo delle informazioni sui segreti di stato. A partire dal 1989 venne permessa anche la critica su Lenin. Questa trasparenza non aveva però portato a miglioramenti concreti delle condizioni di vita. Dal punto di vista economico gli anni della gestione Gorbaciov sono stati disastrosi, infatti il livello di vita dei sovietici è andato sempre peggiorando, togliendo credibilità agli occhi della popolazione alle numerose riforme economiche ed al nuovo dispositivo giuridico. La perestrojka sconvolse un'economia basata su coercizione e corruzione, inoltre la mancata creazione di istituzioni giuridiche affidabili che fossero in grado di garantire il diritto di proprietà e la stipulazione di contratti regolari, che assicurassero la soluzione di contenziosi e l'esecuzione delle decisioni, impedivano l'instaurazione del libero mercato. Nonostante la rottura con i meccanismi dell'economia pianificata degli anni '30, la "ristrutturazione" non seppe fornire nuove regole del gioco, nè proporre ai lavoratori nuove motivazioni.

I cambiamenti in politica estera attuati da M.Gorbaciov sono particolarmente interessanti. Nel suo "Perestrojka, il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo", il Segretario teorizzava un nuovo pensiero considerando i tre mondi (capitalista, socialista e terzomondista) integrati ed interdipendenti tra di loro, nessuno poteva prevalere sull'altro con mezzi militari: "Nel mondo contemporaneo, interdipendente e sempre più omogeneo, è impossibile il progresso di una società isolata dai processi mondiali per chiusura di frontiere e per barriere ideologiche. Ciò riguarda tutte le società, comprese quelle socialiste."(Gorbaciov). Lo scopo della nuova politica estera era di ridurre la corsa agli armamenti, i cui costi erano diventati insostenibili per l'URSS, oltre che ottenere crediti da parte dell'Occidente finalizzati alla modernizzazione del paese. Furono quindi definite tre linee d'azione fondamentali: l'attenuazione della tensione Est-Ovest attraverso un disarmo negoziato con gli Stati Uniti e la risoluzione dei conflitti regionali; l'intensificazione degli scambi commerciali con l'estero; il riconoscimento dello status quo nel mondo intero senza più privilegiare gli stati marxisti-leninisti. Gorbaciov riuscì ad imporre la propria personalità sulla scena internazionale. La rinnovata politica estera dell'Unione Sovietica, indirizzata verso la pacificazione, fu sottolineata dal consenso accordato alla riunificazione della Germania ed alla posizione assunta durante la Guerra del Golfo.



L’URSS dopo il crollo del muro di Berlino



I cambiamenti apportati dalla glasnost e dalla perestojka di M.Gorbaciov ebbero una grande influenza sui rapporti tra l'URSS ed i suoi paesi satelliti. La volontà di confinare la "ristrutturazione" del sistema socialista esclusivamente all’interno delle Repubbliche Sovietiche si scontrò con forti problemi economici e soprattutto politici, determinati dall'incerto consenso popolare che reggeva i paesi comunisti dell'Europa Orientale. L'URSS dovette rivedere in maniera radicale i propri rapporti con i paesi dell'Est, che, a causa della crisi economica degli ultimi anni, erano diventati un peso per la sua economia. Questi cambiamenti superavano di gran lunga i piani della perestrojka. I sei paesi che componevano il blocco socialista (Polonia, RDT, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) assunsero posizioni differenti nei confronti delle riforme di Gorbaciov. Da un lato Polonia ed Ungheria dove governo e società erano determinati ad appoggiare il leader del Cremlino, sapendo che le riforme sarebbero andate ben oltre quelle tentate in Unione Sovietica. Dal lato opposto vi erano i governi di Cecoslovacchia, Romania, bulgaria e RDT, che senza il consenso popolare, avevano deciso di contrastare la perestrojka e tutte le eventuali riforme che potevano mettere in pericolo la stabilità del loro sistema socialista. Conseguentemente alle elezioni sovietiche del 1989 esplosero rivolte in quasi tutti i paesi del blocco comunista, infatti ora che la patria del socialismo si avviava a diventare un paese democratico, i regimi dittatoriali non avevano più ragion d'essere all'interno del blocco. A partire dal "crollo del muro di Berlino" le azioni di protesta nei paesi dell'Europa Orientale si moltiplicarono, accelerando il moto riformatore. In Cecoslovacchia un forte movimento di protesta guidato da Vàclav Havel, in seguito alle numerose manifestazioni, presentò un piano riformatore che il Partito fu costretto a prendere in considerazione per cercare di salvare la situazione. Alla fine del dicembre del 1989 V.Havel diventò il presidente della Repubblica Cecoslovacca. A Bucarest la rivolta invece fu molto violenta e portò

alla fucilazione del leader N.Ceausescu e di sua moglie, mentre a Sofia il Presidente bulgaro T.Zikov era costretto a dare le dimissioni. La velocità degli avvenimenti superò ogni previsione e M.Gorbaciov perse ogni controllo delle riforme nell'Europa Orientale e perfino all'interno del "suo" paese.

Guerra

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Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Guerra (disambigua).
La guerra è un evento sociale e politico generalmente di vaste dimensioni che consiste nel confronto armato fra due o più soggetti collettivi significativi. Il termine "guerra" deriva dalla parola gwarra dell'alto tedesco antico, che significa "mischia". Nel diritto internazionale, il termine è stato sostituito, subito dopo la seconda guerra mondiale, dall'espressione "conflitto armato" applicabile a scontri di qualsiasi dimensioni e caratteristiche.

Per approfondire, vedi la voce Guerra (filosofia).

Si giunge alla guerra quando il contrasto di interessi economici, ideologici, strategici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata, o quando almeno una delle parti percepisce l'inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi.

La guerra è preceduta da:

un periodo di tensione, che ha inizio quando le parti percepiscono l'incompatibilità dei rispettivi obiettivi;
un periodo di crisi, che ha inizio quando le parti non sono più disponibili a trattare tra di loro per rendere compatibili tali obiettivi.
Nei periodi di tensione e di crisi si sviluppa l'attività politica e diplomatica di tutta la comunità internazionale per evitare il conflitto: in tali periodi, le forze armate giocano un ruolo rilevante nel dimostrare la credibilità e la determinazione dello Stato, con lo scopo deterrente di rendere evidente all'antagonista la sproporzione fra l'obiettivo da conseguire ed il costo, sociale e materiale, di una soluzione militare. La guerra quindi può essere evitata quando ambedue i contendenti percepiscono questo sfavorevole rapporto.

Carl von Clausewitz, nel suo libro Della guerra, compie un'analisi del fenomeno: «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi» e «La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà.»

La guerra in quanto fenomeno sociale ha enormi riflessi sulla cultura, sulla religione, sull'arte, sul costume, sull'economia, sui miti, sull'immaginario collettivo, che spesso la trasfigurano, esaltandola o condannandola.

Le guerre sono combattute per il controllo di risorse naturali, per risolvere dispute territoriali e commerciali, per motivi economici, a causa di conflitti etnici, religiosi o culturali, per dispute di potere, e per molti altri motivi.[senza fonte] In Europa non si sono più combattute guerre per motivi religiosi dal 1648, anno della pace di Westfalia che chiuse la guerra dei trent'anni.

Indice [nascondi]
1 Passaggio formale dalla pace alla guerra e viceversa
2 Debiti di guerra e debito pubblico
3 Tipi di conflitto
3.1 In base all'estensione territoriale
3.2 In base al tipo dei soggetti che la combattono
3.3 In base ai mezzi impiegati
3.4 In base alla soggettività internazionale dei contendenti
4 Altre definizioni dei conflitti
5 Diritto bellico
6 Aspetti antropologici
7 Aspetti etici
8 Analisi statistica
9 Note
10 Bibliografia
11 Voci correlate
12 Altri progetti
13 Collegamenti esterni


Passaggio formale dalla pace alla guerra e viceversa [modifica]
Fino alla seconda guerra mondiale era prassi di diritto internazionale ampiamente osservata il far precedere le ostilità da una dichiarazione di guerra. Le alleanze militari fra Stati obbligavano i firmatari a entrare nel conflitto se una nazione violava la neutralità e l'integrità territoriale, invadendo i confini esteri con le proprie truppe, oppure ne manifestava la volontà con una dichiarazione di guerra: i patti di mutua assistenza militare propagavano rapidamente le dimensioni dei conflitti.

Generalmente, il conflitto armato inizia a partire da un evento specifico, il cosiddetto casus belli: un'invasione militare, l'uccisione nemica di concittadini, quali soldati, o beneficiari dell'immunità diplomatica, quali ambasciatori, capi di Stato o reggenti. Anche incidenti diplomatici possono innescare crisi che si risolvono in un conflitto armato, a causa di inosservanze dei protocolli diplomatici, come non presentarsi ad una convocazione o rifiutare di ricevere un ambasciatore, ingerenze politiche sulle nomine, dichiarazioni offensive senza scuse o smentite ufficiali degli organi di stampa ed eventuali dimissioni del dichiarante. Preso a sè, il casus belli può essere anche non molto grave, ma la sua importanza è amplificata dalle tensioni e dagli attriti già esistenti.

La guerra spesso si manifesta insieme a un periodo di sospensione dello Stato di diritto nel quale il diritto e la giustizia militare si sosituiscono a tutte le altre fonti della giurisprudenza.

Con l'avvento dell'ONU, il cui statuto condanna lo Stato aggressore e consente allo Stato aggredito di difendersi con immediatezza, la dichiarazione di guerra è praticamente scomparsa dallo scenario internazionale. Molte Costituzioni, fra le quali quella italiana, ammettono la guerra di sola difesa. Nessuno Stato è infatti disposto a dichiararsi aggressore tramite una tale procedura, mentre infiniti sono gli appigli per dichiararsi aggredito. In definitiva lo Statuto dell'ONU, che nelle intenzioni doveva servire a far scomparire la guerra, ha fatto invece scomparire soltanto la dichiarazione di guerra.[senza fonte]

Secondo quanto osservato da von Clausewitz, la guerra non è accesa dall'azione di chi offende, ma dalla reazione di chi si difende: se non ci fosse reazione, infatti, si verificherebbe una occupazione e non un conflitto armato. Tale fu il caso, ad esempio, dell'Anschluss, ovvero l'invasione dell'Austria da parte della Germania nel 1938.

Si ha pertanto l'inizio della guerra quando si verifica il primo combattimento fra forze contrapposte.

La guerra non si conclude però semplicemente con la cessazione dei fatti d'arme; più formalmente è necessario che si verifichi uno dei seguenti eventi:

un armistizio, che riguardi cioè tutti i teatri e tutte le forze armate delle parti che lo stipulano;
la resa incondizionata di una parte;
la debellatio di una parte, cioè il completo annientamento delle sue forze armate, l'occupazione totale del suo territorio e la cessazione di ogni attività politica anche interna.
Talora, un Paese che vuole entrare in conflitto compie azioni per provocare a guerra l'aggressore e poter reagire, non necessariamente inizia un conflitto con un'occupazione militare di un territorio straniero.

Debiti di guerra e debito pubblico [modifica]
Nell'economia di guerra, lo Stato nazionale emette una quantità di moneta crescente che è garantita da una percentuale sempre più piccola di controvalore nella riserva. Una simile emissione causa svalutazione e iperinflazione che impoveriscono la popolazione e azzerano il potere d'acquisto dei salari e della moneta durante il conflitto. La percentuale a riserva scende a un valore talmente basso che viene introdotto dai Governi il corso forzoso della moneta.

In vista dei conflitti, ingenti ricchezze vengono tesaurizzate in oro, in attesa di migliori opportunità d'investimento nel periodo di pace. L'oro non è un investimento in sé conveniente perché non genera interessi, diversamente dalla finanza o da un investimento produttivo. Tuttavia, l'oro è un metallo che conserva il suo valore nel tempo, mentre la moneta si deprezza.

Durante la guerra, l'oro è anche il mezzo di pagamento per eccellenza, praticamente per tutte le transazioni economiche di una certa entità.

Gli Stati si rivolgono a banchieri e soggetti che detengono riserve d'oro (o in altro metallo) per ottenere prestiti per finanziare la costruzione di industrie militari e l'acquisto di armamenti. La spesa militare è una voce rilevante della spesa pubblica e causa del debito pubblico; è poi la voce prevalente in tempi di guerra.

Se la moneta è a corso forzoso, ossia non garantita da riserve, lo Stato ugualmente si rivolge a banchieri privati che detengono l'esclusiva legale nell'emissione di moneta oppure anticipano all'industria militare le somme dovute dallo Stato.

I debiti di guerra vengono solitamente ceduti nelle conferenze di pace a chi ha perso il confitto, che paga anche le spese militari anticipate dallo Stato vincitore.

Tipi di conflitto [modifica]
I conflitti possono essere diversamente classificati in relazione al numero piuttosto vasto dei loro parametri.

In base all'estensione territoriale [modifica]
Conflitto generale: conflitto esteso a più teatri operativi collocati anche in continenti diversi, coordinati fra di loro anche se coinvolti in tempi non strettamente coincidenti; vi partecipano tutte le grandi potenze e le medie potenze regionali dei teatri interessati, ed un numero elevato di potenze minori. Unici esempi nella storia: la seconda guerra mondiale e, anche se la collocazione è discutibile, la prima guerra mondiale e la guerra dei sette anni.
Conflitto regionale: conflitto che si svolge essenzialmente in un solo teatro operativo in una regione geofisica ben delimitata, con la partecipazione di almeno una media potenza regionale, più altre potenze minori della stessa regione; non esclude la partecipazione diretta di una grande potenza o la partecipazione indiretta di più grandi potenze. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): le guerre balcaniche, i conflitti arabo-israeliani, la prima guerra del Golfo.
Conflitto locale: conflitto fra un limitatissimo numero di potenze, spesso solo due, e che coinvolge un limitato territorio appartenente ad uno solo o al massimo ai due contendenti diretti; esclude la partecipazione diretta di grandi e medie potenze i cui territori non siano direttamente coinvolti. Esempi nella storia (limitatamente al XX e XXI secolo): la guerra italo-turca, la guerra d'Etiopia.
In base al tipo dei soggetti che la combattono [modifica]
Conflitto simmetrico: conflitto tra parti che dispongono tutte di un'organizzazione statuale completa e di forze armate organizzate secondo le leggi dello Stato.
Conflitto asimmetrico: conflitto tra due parti, una sola delle quali dispone di un'organizzazione statuale completa e di forze armate organizzate secondo le leggi dello Stato, mentre l'altra non è formata, o è in corso di formazione. Questa parte di solito non procede con i metodi classici della guerra ma pone in opera la guerriglia.
In base ai mezzi impiegati [modifica]
Per approfondire, vedi le voci Guerra convenzionale e Guerra non convenzionale.
Esplosione nucleare, 1953, Nevada Test SiteConflitto nucleare: conflitto nel quale due o più parti dispongono di armi di distruzione di massa e sono disposte ad impiegarle fin dall'inizio del conflitto. Non si sono mai avuti esempi di un tale tipo di conflitto, peraltro ipotizzato fin dagli anni cinquanta, quando sia gli Stati Uniti d'America sia l'Unione Sovietica disponevano di questi tipi di armamenti.
Conflitto convenzionale in potenziale ambiente nucleare: conflitto nel quale due o più parti dispongono di armi di distruzione di massa e sono disposte ad impiegarle solo se le circostanze dovessero renderlo indispensabile. Non si sono mai avuti esempi di un tale tipo di conflitto, peraltro ipotizzato fin dagli anni sessanta, quando l'equilibrio nucleare fra Stati Uniti d'America ed Unione Sovietica sconsigliava ad ambedue l'impiego iniziale di tali tipi di armamenti per tema di una ritorsione.
Conflitto convenzionale: conflitto nel quale le parti non dispongono di armi di distruzione di massa, o nel quale gli eventuali detentori rinunciano a priori al loro impiego, eventualmente sotto il controllo di una potenza terza o di una organizzazione internazionale.
In base alla soggettività internazionale dei contendenti [modifica]
Conflitto internazionale: conflitto nel quale tutti i contendenti sono soggetti di diritto internazionale. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nell'ambito del processo di decolonizzazione, sono stati considerati soggetti di diritto internazionale anche i fronti di liberazione nazionale, purché avessero l'effettivo controllo di territorio e popolazione, disponessero di forze armate organizzate e rispettassero il diritto internazionale bellico ed umanitario.
Conflitto non internazionale: conflitto nel quale uno o più parti non sono soggetti di diritto internazionale, per cui il conflitto è sottratto alle norme del diritto bellico in quanto considerato affare interno; in particolare, rientrano in questa categoria le guerre civili, nelle quali si ha lo scontro fra opposte fazioni nell'ambito di un solo paese o entità politica.
Altre definizioni dei conflitti [modifica]
Nell'uso comune, specie in campo giornalistico o nei discorsi di natura politica, vengono fornite altre definizioni di un conflitto, ancorché giuridicamente e tecnicamente non corrette. Fra le più usuali:

Guerra totale: si vuole indicare un conflitto che coinvolge tutte le risorse del paese in guerra. Ciò è normale, in quanto le guerricciole per piccoli problemi di confine sono assai rare.
Guerra lampo (Blitzkrieg): nel senso di un conflitto organizzato per avere una durata limitatissima nel tempo, mediante l'uso di strategie e tattiche altamente redditizie ed in presenza di un grande divario di mezzi disponibili fra i due contendenti. Il termine è spesso usato in contrapposizione a guerra di posizione, o a di logoramento, essenzialmente statiche e di durata prolungata. La prima guerra mondiale è iniziata come guerra lampo, ma poi divenne di logoramento.
Guerra preventiva: guerra aperta da un soggetto in seguito alla percezione di una grave minaccia all'incolumità dei propri interessi; secondo alcuni rientra nel concetto di autodifesa prevista dallo statuto dell'ONU, mentre altri ritengono conflitti di questo tipo essere operazioni belliche offensive nel loro senso tradizionale.
Diritto bellico [modifica]
Numerose convenzioni, che nel loro insieme costituiscono il diritto bellico, regolamentano il comportamento in guerra. Le più importanti sono le convenzioni dell'Aja del 1899 e del 1907.

Il diritto bellico è affiancato dal diritto umanitario, volto alla protezione delle vittime di guerra. Le più importanti ed attuali convenzioni di diritto umanitario sono le convenzioni di Ginevra del 1949 ed i suoi protocolli aggiuntivi, due del 1977 ed uno del 2005.

Interpretazioni estensive del diritto umanitario hanno portato a considerare legittima l'ingerenza umanitaria, ovvero l'intervento dall'esterno in fatti interni di uno Stato quando questi fatti costituiscano violazione evidente dei diritti dell'uomo. L'ingerenza umanitaria ha giustificato nel passato interventi militari consacrati da una Risoluzioni ONU per costringere i governi a rispettare quei diritti fondamentali. Analoga ingerenza potrebbe essere autorizzata per proteggere beni culturali ritenuti patrimonio dell'umanità.

Le costituzioni di molti Stati ammettono la guerra di sola difesa, vietando alle forze militari del paese di attaccare civili, militari e infrastrutture sul suolo di un altro paese o comunque appartenenti ad un altro Stato sovrano. La Costituzione italiana, con l'articolo 11, è una delle più esplicite: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.»[1]

In Italia, è stata posta una questione di legittimità alla Corte Costituzionale in merito all'esistenza di una disitinzione fra codici militari in tempo di pace e di guerra, e, successivamente, in merito all'esistenza stessa di un diritto militare, che possa agire in deroga alle regole che disciplinano il rapporto fra privati cittadini. La Consulta ha ribadito il principio per cui le azioni dei militari non sono soggette alle stesse regole dei privati cittadini né essere valutate dai tribunali civili.

Inoltre, lo statuto dell'ONU consente l'immediata difesa di un paese aggredito, ma vieta l'intervento degli altri Stati membri, per evitare una propagazione incontrollata del conflitto, a meno che non ci sia un'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza all'uso della forza per autodifesa collettiva (articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite), come è successo nella Guerra del Golfo del 1991 o il Consiglio di Sicurezza non decida di prendere azioni in difesa della pace e della sicurezza internazionale, usando contingenti militari messi a disposizione dagli Stati membri e posti sotto il comando del Comitato di Stato Maggiore ONU (articoli 42 e 43 dello Statuto). Questo elemento contrasta con altri accordi militari come quello della NATO, che impongono solidarietà militare nel caso di attacco di uno Stato membro.

Aspetti antropologici [modifica]
L'istinto di sopravvivenza, la preservazione del proprio territorio vitale, la difesa dei propri mezzi di sussistenza, sono alcuni esempi di come una comunità possa esser spinta a prendere le armi contro una comunità nemica che mette a rischio spazi, diritti, valori o beni dati per acquisiti ed irrinunciabili. A queste motivazioni di tipo egoistico o utilitaristico si affiancano (e talvolta si coniugano) motivazioni di carattere psicologico o umorale come l'odio, il disprezzo, la vendetta, la paura.

Aspetti etici [modifica]
Dal punto di vista etico la guerra pone almeno tre tipi di problemi con relativi sotto problemi. Il 1° riguarda la reponsabilità dell'istituzione pubblica e dei suoi rappresentanti nell'indurre dietro compenso o costringere come dovere patrio dei soggetti a prendere le armi e farne uso contro qualcuno. Il 2° riguarda la legittimità o meno dei comportamenti del soggetto che usa le armi sotto coercizione a farlo e in base ad ordini ineludibili. Il 3° riguarda la legittimità dell'azione di belligeranza come autodifesa di una comunità rispetto a danni non necessariamente di tipo violento, ma, per esempio, economico o morale.

Analisi statistica [modifica]
L'analisi statistica della guerra è stata iniziata da Lewis Fry Richardson dopo la prima guerra mondiale. Più recentemente, database di guerra sono stati costruiti dai Correlates of War Project[2] e da Peter Brecke,[3] che ha censito e strutturato cataloghi esistenti.[4]

Note [modifica]
^ Costituzione italiana
^ COW Home Page
^ Peter Brecke: Global Modeling Research
^ http://www.pcr.uu.se/research/UCDP/confliktdatasetcatalog.pdf
Bibliografia [modifica]
Carl von Clausewitz, Della guerra
Niccolò Machiavelli, Dell'arte della guerra
Maddalena Oliva, Fuori Fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto, Bologna, Odoya 2008. ISBN 978-88-6288-003-9.
Sunzi, L'arte della guerra
Mike Walzer, Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche, Laterza, 2009
Mike Walzer, Sulla guerra, Laterza, 2006
Voci correlate [modifica]
Armi
Battaglie famose
Blitzkrieg
Conflitti in corso
Diritto bellico
Elenco delle guerre
Guerra antica
Guerra civile
Guerra con la polvere da sparo
Guerra industriale
Guerra medievale
Guerra moderna
Guerra preistorica
Guerra santa
Polemologia
Storia militare
Strategia militare
Tattica militare
Violenza


Altri progetti [modifica]
Wikisource
Commons
Wikisource contiene opere originali sulla Guerra
Wikimedia Commons contiene file multimediali sulla guerra
Collegamenti esterni [modifica]
Percorso tematico sulla guerra
(EN, FR) Grandi battaglie storiche
Guerre nel Mondo
Rule of Law in Armed Conflicts Project
Numero monografico dedicato alla guerra del periodico Nuova Rivista Storica
Rivista italiana di Conflittologia - www.conflittologia.it
Portale Guerra: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di guerra Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra"
Categoria: Guerra | [altre]
Categoria nascosta: Voci con citazioni mancanti

crisi economica: hanno la faccia come il culo!

29 Marzo 2009
http://www.donvitaliano.it/?p=712
donvitaliano in politica
Come è triste dire: “ve l’avevamo detto”!

“Non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma sono certo che la quarta si combatterà con le pietre e con le clave”, diceva Albert Einstein un po’ di decenni fa. Per fortuna ha avuto torto. Ma non c’è molto da esserne felice: quello che è successo è molto peggio. Forse le “pietre e le clave” sono rinviate alla quinta guerra mondiale. Nel giugno del 1997, fu pubblicato un testo del subcomandante Marcos dal titolo “La quarta guerra mondiale è cominciata” che, due anni prima di Seattle e quattro prima di Porto Alegre e Genova, contiene una lettura lucidissima della situazione del mondo che può molto aiutare a comprendere lo scenario di crisi economica mondiale nel quale ci troviamo a vivere.

È sconcertante rileggerlo e considerare quanto fosse stato “profeta” Marcos in quel testo di 12 anni fa. Dovrebbero leggerlo i ministri dell’Economia, i banchieri, i finanzieri, gli economisti e quanti avrebbero dovuto, se non altro per dovere d’ufficio, capire a cosa ci avrebbe condotto la globalizzazione neoliberista presentata come la soluzione a tutti i problemi economici mondiali; stranamente, quelli che non hanno saputo prevedere la crisi economica mondiale nella quale ci hanno invece trascinato, sono gli stessi che ora stanno proponendo le soluzioni e stanno gestendo i tentativi per uscirne: pensate a quali malaccorti “esperti” è affidato il futuro economico del mondo!

Mentre i cosiddetti esperti precipitavano il mondo nella crisi, gli indios del Chiapas prevedevano una “quarta” guerra mondiale combattuta a colpi di “bombe economiche e finanziarie”. C’è da chiedersi: ma se era chiaro agli indios relegati nella selva Lacandona chiapaneca, come mai banchieri ed economisti non ne avevano sentore? Escludendo che fossero tutti imbecilli, c’è da ipotizzare che forse è successo quello che anch’essi avevano previsto, ma che si erano guardati bene dal divulgare, perché a loro questa crisi forse conviene. E forse per questo si sono accaniti, sguinzagliando eserciti e servizi segreti, contro il cosiddetto Movimento no-global che, coinvolgendo una moltitudine sempre più vasta di persone in tutto il mondo, quelle “profezie” tentava di diffondere, mettendo in guardia l’opinione pubblica. Penso non sia superfluo ricordare che gli sbirri di tutto il mondo hanno avuto mano libera per reprimere e tentare di stroncare chi, non solo manifestava, ma si poneva domande e creava discussioni sempre più partecipate. Una mano tanto libera, da massacrare persone inermi e uccidere. Genova è stata forse la città che ha visto non solo l’uccisione di Carlo Giuliani durante il contro G 8, ma ha assistito alla peggiore repressione in un Paese democratico, di una manifestazione autorizzata e pacifica.

Ora tutti sono diventati un po’ “no global”, parlano da altro mondisti e affermano, con le loro facce di bronzo o peggio …, che loro l’avevano previsto. Come è triste per noi, che invece quelle “previsioni” le proponevamo e le gridavamo, ora dire “ve l’avevamo detto”; sarebbe da sbattere in faccia ai vetero liberisti convertiti di fresco all’altromondismo, le loro interviste, i loro saggi, le loro leggi che hanno assecondato la globalizzazione sfrenata dei mercati e non dei diritti e della solidarietà. Resta il rammarico, a chi di quel Movimento ha fatto parte, di non avere fatto tutto il possibile per mettere in guardia la gente, di essersi un po’ arreso di fronte ai manganelli e ai proiettili, di aver permesso una divisione in tanti rivoli che non hanno più fatto paura ai potenti.

Anche se è una magra consolazione rileggere ora il testo di Marcos, forse è uno dei modi per riprendere le fila del discorso, rimettersi insieme al di là delle differenze e ricominciare a lottare con una speranza in più, ammesso che non sia già troppo tardi! Ecco allora alcuni stralci di quel testo, che andrebbe certamente aggiornato alla realtà attuale, ma che conserva una sconvolgente e meravigliosa lucidità di fondo. Scrive il Subcomandante: «La globalizzazione moderna, il neoliberismo come sistema mondiale, deve essere intesa come una nuova guerra di conquista di territori.

La fine della III Guerra Mondiale, o “Guerra Fredda”, ha trascinato con sé una nuova cornice nelle relazioni internazionali, nella quale la lotta nuova per questi nuovi mercati e territori ha prodotto una nuova guerra mondiale, la IV. (…) Strana modernità, questa che avanza all’indietro, il crepuscolo del XX secolo assomiglia di più ai brutali secoli precedenti che al placido e razionale futuro di qualche romanzo di fantascienza. Nel mondo del Dopoguerra Fredda vasti territori, ricchezze e, soprattutto, forza lavoro qualificata, aspettavano un nuovo padrone…

Se la Terza Guerra Mondiale è stata tra il capitalismo e il socialismo, con scenari alterni e differenti gradi di intensità, la IV Guerra Mondiale si fa ora tra i grandi centri finanziari, con scenari totali e con una intensità acuta e costante.

Il re supremo del capitale, la finanza, ha cominciato allora a sviluppare la sua strategia bellica, nel nuovo mondo, e su ciò che restava in piedi del vecchio. Attraverso la rivoluzione tecnologica, imposta al mondo intero per mezzo di un computer, a loro arbìtrio, i mercati finanziari hanno imposto le loro leggi e i loro precetti a tutto il pianeta. La “mondializzazione” della nuova guerra non è altro che la mondializzazione delle logiche dei mercati finanziari (…)

Negli ultimi tempi della “Guerra Fredda”, il capitalismo aveva creato un nuovo orrore bellico: la bomba a neutroni. La “virtù″ di quest’arma è che distrugge solo la vita e risparmia gli edifici e le cose. Eppure, una nuova “meraviglia” bellica sarebbe stata scoperta, all’inizio della IV Guerra Mondiale: la bomba finanziaria. (…) Una guerra dunque, una guerra mondiale, la IV. La peggiore e più crudele, quella che il neoliberismo conduce ovunque e con tutti i mezzi contro l’umanità».


Marcos conclude la sua pre-visione del mondo, colpito da “bombe economiche e finanziarie”, con sette tessere «da comporre tra loro per ricostruire il rompicapo mondiale. La prima è la doppia accumulazione, di ricchezze e povertà, ai due poli della società mondiale. L’altra è lo sfruttamento totale della totalità del mondo. La terza è l’incubo di una parte errante dell’umanità. La quarta è la nauseabonda relazione tra crimine e Potere. La quinta è la violenza dello Stato. La sesta è il mistero della megapolitica». E approfondisce ogni tessera con un ragionamento semplice e chiaro.


«La settima tessera è la multiforme sacca di resistenza dell’umanità contro il neoliberismo. Per cominciare, ti supplico di non confondere la Resistenza con l’opposizione politica. L’opposizione non si oppone al potere ma a un governo, e la sua forma riuscita e compiuta è quella di un partito di opposizione; mentre la Resistenza, per definizione [ora sì!], non può essere un partito, non è fatta per governare a sua volta, ma per… resistere.

L’apparente infallibilità della globalizzazione si scontra con la caparbia disobbedienza della realtà. Nello stesso momento in cui il neoliberismo conduce la sua guerra mondiale, in tutto il pianeta si vanno formando gruppi di non conformisti, nuclei di ribelli. L’impero delle borse finanziarie si trova di fronte la ribellione di sacche di resistenza. Sì, sacche. Di ogni grandezza, di differenti colori, delle forme più differenti. Ciò che le rende simili è la resistenza al “nuovo ordine mondiale” e al crimine contro l’umanità che la guerra neoliberista commette. Nel cercare di imporre il suo modello economico, sociale e culturale, il neoliberismo pretende di soggiogare milioni di esseri umani, e di disfarsi di tutti quelli che non trovano posto nella nuova organizzazione del mondo. Però accade che questi “prescindibili” si ribellino e resistano contro il potere che vuole eliminarli. Donne, bambini, anziani, giovani, indigeni, ecologisti, omosessuali, lesbiche, sieropositivi, lavoratori e tutti quelli che non solo “esuberano”, ma che per di più “disturbano” l’ordine e il progresso mondiale, si ribellano, si organizzano e lottano. Sapendosi uguali e differenti, gli esclusi della “modernità” cominciano a tessere le resistenze contro il processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordino che avanza come una guerra mondiale, il neoliberismo. (…) Ci sono, senza dubbi, molte più tessere del rompicapo neoliberista. Per esempio i mezzi di comunicazione, la cultura, l’inquinamento, le epidemie. Qui abbiamo voluto mostrarvene sette. Queste sette perché vi rendiate conto di quanto è impossibile metterle insieme. E questo è il problema che la globalizzazione ha preteso di risolvere: le tessere non si incastrano. Per questo, e per altre ragioni che oltrepassano lo spazio di questo testo, è necessario fare un mondo nuovo. Un mondo che contenga molti mondi, che contenga tutti i mondi… ».

È da questa settima tessera che tutti noi del Movimento dovremmo ripartire.

don Vitaliano (www.lavocedellevoci.it)